Archives for Posts Tagged ‘Metal’

Un documentario su Iggy Pop per Jim Jarmusch

martedì, agosto 24th, 2010

Non è una novità scoprire la passione di Jim Jarmusch per il mondo della musica: in passato nomi come Joe Strummer, Neil Young, Tom Waits, White Stripes e Iggy Pop hanno collaborato con lui e fatto parte del suo universo visionario. Quest’anno il regista di film culto come Dead Man e Mystery Train è stato scelto per curare un giorno dell’All Tomorrow’s Parties, un festival di Montecillo, New York, al quale l’anno scorso ha partecipato come ospite. La line up scelta da Jarmusch raggruppa po’ di tutto: indie rock, punk, metal, hip hop. Ma la sua vera dipendenza, da sempre dichiarata, è Iggy Pop: “Se Iggy suona a 90 miglia di distanza da me, devo andare a vederlo”.Non nasconde l’intenzione di voler girare un documentario sugli Stooges, ma si tratta di un progetto a lungo termine, al quale si dedicherà senza alcuna fretta, solo perchè l’idea è arrivata dallo stesso Iggy Pop.
It is nothing new to discover the passion of Jim Jarmusch for the world of music in the past names like Joe Strummer, Neil Young, Tom Waits, White Stripes and Iggy Pop have worked with him and was part of his visionary universe. This year, the director of cult films like Dead Man and Mystery Train “was chosen to treat one day of the All Tomorrow’s Parties, a festival of Montecillo, New York, which last year participated as a guest. The line-up chosen by Jarmusch brings together some ‘everything from indie rock, punk, metal, hip hop. But his true addiction, which has always declared, and Iggy Pop: “If Iggy playing 90 miles away from me, I must go see it.” He does not hide the intention to shoot a documentary on the Stooges, but it is a long-term project, which will focus in no hurry, just because the idea came from the same Iggy Pop.

Sziget Festival: arriva il più grande Festival d’Europa

mercoledì, agosto 11th, 2010

Con la sua diciottesima edizione il Sziget diventa maggiorenne! In questo momento di crisi economica, il Festival ungherese si conferma la soluzione ideale di vacanza e divertimento per l’estate 2010. Gli appassionati di musica e di festival troveranno dal 9 al 16 agosto a Budapest ‘l’isola che c’è’: il Sziget, il Festival di musica, teatro, danza più grande d’Europa. L’isola di Obuda, un bellissimo parco di 76 ettari, si trasforma per una settimana all’anno nel più grande Festival d’Europa capace di accogliere 400mila persone e di soddisfare qualsiasi esigenza e gusto musicale e di spettacolo. L’atmosfera sull’isola è eccezionalmente amichevole e rilassata e i prezzi per mangiare, bere e dormire sono accessibili a qualsiasi tasca. Aggiungete, poi, che il Festival si tiene a 4-5  Km dal centro di Budapest, una delle capitali più belle d’Europa, famosa fra l’altro per le sue numerose terme. Il Sziget Festival è un immenso palcoscenico naturale: più di 1000 spettacoli organizzati su 60 stage per ascoltare e vedere il meglio della musica pop e rock, metal e hip hop, blues e jazz, reggae e afro, world music e folk, elettronica e clas sica. E poi grandi spettacoli teatrali e di danza, mostre d’arte e installazioni, sport estremi e gastronomia, artigianato e pittura. Un festival multimediale aperto al confronto tra culture dove gli stessi visitatori sono parte dello show (80mila ragazzi provenienti da tutta Europa ogni giorno ballano, mangiano, dormono, si amano sull’isola).Questa la lista dei principali artisti che animeranno i palchi principali dell’edizione 2010:

Mainstage:  Iron Maiden, Muse,  Madness, Faithless,  Danko Jones,  Kasabian,  Gwar,  The Toy Dolls,  Ska P,  The Hives,  The Specials, Papa Roach,  Gentleman and the Evolution,  The Cribs,  Billy,  Talent , Subsonica,  Lyapis,  Trubestkoy,  K.I.Z., Thirty Seconds To Mars,  Public Image Ltd.,  Death Valley Screamers,  Rada,  The Young Punx

World Music Main stage: Tony Allen,  Buena Vista,  Social Club & Omara Portuondo,  R Jaune Toujours,  Oi Va Voi,  Los de Abajo,  08001,  Rotfront,  Shantel & Bucovina Club Orkestar, Amparo Sanchez,  Tamikrest & Dirtmusic,  Rupa & the April Fishes,  Mahala Rai,  Banda Cankisou

Wan2: Gorillaz Sound System, Bad Religion,  Major Lazer,  Yeasayer,  Nina Hagen,  Charlie Winston,  Foreign Beggars,  Peaches,  C-Mon & Kypsky, Vive la Féte, Ez3kiel, Kees van Hondt,  Inspector Cluzo,  The Picturebook,  Black Box Revelation,  Skip The Use,  zZz, Wildbirds & Peacedrums, Girls in Hawaii

Metal: Il Nino, The 69 Eyes, Children of Bodom,  Paradise Lost,  Monster Magnet, Enter Shikari,  Fear Factory,  Skindred Kamelot,  Drums are for Parades,  Overdrive

Arena: Gotan Project, Infected Mushroom,  Calvin Harris,  Breakestra feat., Cali2na , Simian Mobile Disco, DJ Shadow,  Boys Noize + Erol Alkan,  Sander van Doorn, Andy Moor,  Drumcode Night : Adam Beyer, Alan Fitzpatrick e Joel Mull. Deadmau5

BJC-Amfiteátrum: Flat Earth Society, Renata Rosa,  Chapelier Fou,  La Mal Cioffée,  Hjaltalin,  An Pierlé & White Velvet

Roma Tend: Yasmin Levy,  Rona Hartner,  Klezmofobia, Kawa Musical Circus, Rekontra& Tcha Limberger , Kethane trio, Klezmofobia, Prisor Jazz Band & Tim Kliphuis, P Rona Hartner, ressburger Klezmer Band,  Nadara, Fanfara Vagabontu, Živeli Orkestar, Suzana Djordjevic, ÄŒaci Vorba ,   Kalocsa, Etnorom, Karavàn Famìlia, Khamoro,   Balogh Kàlmàn & Cimbaliband., SöndörgÅ‘.

Teatro e danza: Zita Swoon & Rosas

Reggae: Easy Star Allstars, The Dubians

Per gli italiani, poi, sarà veramente emozionante annoverare i Subsonica fra i grandi nomi che si esibiranno sul Main stage: è la certificazione  della stima e della notorietà che la band torinese ha saputo guadagnarsi negli anni anche a livello internazionale.

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Ozzy Osbourne: ‘Scream’

lunedì, luglio 26th, 2010

Che dietro ogni grande uomo ci sia sempre una grande donna è risaputo ma nel caso di Ozzy Osbourne e signora l’impegno dell’angelo del focolare nel rendere eterna l’apoteosi del suo rincoglionito consorte sta andando oltre ogni ragionevole forma di dedizione. Scream, decimo e, spero, ultimo album di Ozzy, è un successo su tutti i piani riconducibili all’operato di Sharon: produzione, promozione, il chitarrista giusto al momento giusto, tutto ottimo e abbondante, ma per quello che compete ad Ozzy, in parole povere darci del buon metal cazzuto, beh, mi spiace dirlo, ma è quasi un disastro. “Inchessenso?” direbbe Leo di Un sacco bello e io, caro e confuso lettore, te lo dico subito. Dalla prima alla penultima traccia è pervaso da un’unica missione/ossessione: suonare contemporaneo e appetibile all’orecchio dei metallari del giorno d’oggi, senza però riuscirci neanche un po’. A malincuore si era digerito il licenziamento di Zakk Wylde, ma era necessario. Gli ultimi album di O2 erano troppo simili a quelli dei Black Label Society e quindi l’ingresso, nel ruolo di nuovo super chitarrista, del greco Gus G, astro nascente della scena metal americana, sembrava poter portare una boccata d’aria fresca allo stantio mondo di Ozzy, ma non è andata così. Purtroppo non abbiamo a che fare con un novello Mick Jagger, da sempre in grado di assimilare e reinterpretare in maniera accettabile le mode musicali del momento, e quindi Let It Die, pezzo di apertura, finisce per farci sorridere un pochino con quegli stacchi di doppia cassa alla Marilyn Manson e l’arrangiamento vocale quasi ragamuffin’. Il primo pezzo veramente cazzuto è I Want It More, purtroppo il penultimo dell’album, ma anche qui la produzione claustrofobica e confusa, al punto di risultare quasi sospetta, ci impedisce di arrivare al dunque di qualunque pezzo. Sprazzi validi e intuizioni interessanti si presentano comunque qua e là e, se Diggin’ Me Down ricorda in maniera piacevole le colonne sonore di Hans Zimmer e Time tradisce la passione di Ozzy per i Beatles, alla fine Scream serve solo a concordare con l’ultima intuizione corretta di Ozzy: doveva dare retta al suo istinto, e non al portafoglio, ritirandosi 18 anni fa.


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Morto Paul Gray , bassista degli Slipknot

mercoledì, maggio 26th, 2010

Il bassista degli Splipknot, Paul Gray, e’ stato trovato morto il 24 maggio in un hotel vicino a Des Moines, in Iowa. Gray, cofondatore del gruppo metal americano, formatosi nel 1995, aveva 38 anni. Le circostanze della sua morte non sono ancora chiare. Il suo corpo e’ stato trovato al TownePlace Suites di Johnston, a nord di Des Moines, da un impiegato dell’hotel. Un portavoce del dipartimento di polizia di Urbandale afferma che non ci sarebbero segni di colluttazione.

Splipknot bassist, Paul Gray, and ‘was found dead May 24 in a hotel near Des Moines, Iowa. Gray, cofounder of the American metal band formed in 1995, he was 38 years. The circumstances of his death are unclear. His body ‘was found at the TownePlace Suites in Johnston, north of Des Moines, an employee of the hotel. A spokesman for the Urbandale Police Department said that there would be signs of a struggle.

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Ronnie James Dio

lunedì, maggio 17th, 2010

Ronnie James Dio (Portsmouth, 10 luglio 1942 – Houston, 16 maggio 2010) è stato un cantante statunitense heavy metal, di origine italiana, che ha fatto parte di storici gruppi come Rainbow e Black Sabbath e ha poi fondato una propria band di grande successo, nota come Dio.La sua è considerata una delle voci più caratteristiche, potenti e imitate della storia del rock; è stato uno dei fondatori e massimi esponenti del genere heavy metal e, secondo alcune fonti, l’inventore e diffusore del gesto delle corna. Secondo una versione fornita dallo stesso cantante, l’atto deriverebbe direttamente dal classico gesto apotropaico, che sua nonna faceva spesso.Sui dati anagrafici di Ronnie James Dio aleggia molta incertezza. Statunitense figlio di genitori italiani, all’anagrafe risulterebbe come Ronaldo Giovanni Padovan o Paduan (stando ai crediti presenti nelle sue primissime incisioni risalenti agli anni sessanta); sarebbe nato a Portsmouth nel New Hampshire, il 10 luglio 1942.Dio crebbe a Cortland nello stato di New York. Ancora adolescente iniziò a suonare la tromba in gruppo rockabilly e si diede lo pseudonimo “Ronnie Dio”. Il termine Dio non venne scelto per riferimenti religiosi ma ispirandosi ad un gangster statunitense di origini italiane, Johnny Dio[2]. Nel 1957 fondò un gruppo di rock’n'roll dal nome “The Vegas Kings”, conosciuto negli anni come “Ronnie Dio and the Prophets”.Con questo gruppo, il cantante inciderà una manciata di singoli ed un solo album nel 1963, Dio at Domino’s. All’inizio degli anni settanta passò a sonorità più decisamente hard rock creando un nuovo gruppo, noto prima come Electric Elves, poi come Elves e infine come Elf. Gli Elf incisero un primo omonimo album negli Stati Uniti nel 1972, per poi spostarsi in Gran Bretagna nel 1973, con un contratto per l’etichetta Purple, incidendo altri due albums: L.A. 59 (noto in America come Carolina County Ball) e Trying To Burn The Sun. In Inghilterra Dio si trovò in contatto con la scena dell’hard rock e dell’heavy metal. Il suo gruppo arrivò ad aprire i concerti dei Deep Purple, gruppo in cui suonava il chitarrista Ritchie Blackmore. Impressionato in particolare dalle doti vocali di Dio, e deciso per altri motivi ad abbandonare i Deep Purple, nel 1975 Blackmore prese le redini degli Elf, ribattezzandoli Rainbow e facendone un gruppo suo.Dopo alcuni album con i Rainbow, Dio si trovò in disaccordo con Blackmore, che voleva portare la band verso un genere più commerciale, e abbandonò, venendo immediatamente reclutato dai Black Sabbath che, nel 1978, avevano appena licenziato il cantante Ozzy Osbourne. Dio fornì nuove energie ai Black Sabbath (che attraversavano un periodo di crisi), e incise con loro due album di grande successo, Heaven and Hell e Mob Rules e un live dal titolo palindromo Live Evil. Attriti con i Sabbath lo portarono però ad abbandonare nuovamente e formare, insieme a Vinnie Appice (uscito dai Black Sabbath insieme a lui), una propria band di nome Dio, che è stata sino alla sua morte la sua band ufficiale. La band esordì, con Ray Manzarek alle tastiere, nel 1983 con l’album Holy Diver, pubblicato da Vertigo; oltre a Dio e Appice, apparivano Jimmy Bain (ex Rainbow) al basso e Vivian Campbell alla chitarra. L’album ebbe un enorme successo di pubblico, e contribuì a definire un certo genere di metal dai contenuti fantasy e mitologici, già in parte presenti nei lavori di Rainbow e Sabbath, ma che con Holy Diver, e il tour che ne seguì, prese forse una forma più esplicita che mai; negli infuocati show di Dio le tecnologie più moderne (per esempio il laser) venivano utilizzate per creare un’atmosfera fantastica, popolata da draghi, mostri, demoni e spettri, fornendo forse il prototipo a cui alludono molti gruppi più recenti.Nel 1984 Dio rinnovò il suo successo con The Last in Line, altro album ricco di riferimenti mitologici, mistici e fantastici, e accompagnato da un tour con scenografie altrettanto visionarie (memorabile per esempio la collocazione della batteria di Appice in cima a una piramide egizia di oltre dieci metri, e la chitarra di Campbell dotata di raggi laser).Sacred Heart del 1985 e Dream Evil del 1987 proseguivano essenzialmente sulla stessa linea, ricalcando i temi sia musicali sia contenutistici dei primi due lavori; nel secondo, Campbell fu sostituito da Craig Goldie, ex Giuffria. L’album successivo, Lock Up the Wolves, fu pubblicato nel 1990, con Rowan Robertson sostituto di Goldie alla chitarra, e Simon Wright (ex AC/DC) alla batteria.Seguì la parentesi reunion dei Black Sabbath con l’album Dehumanizer, dalle sonorità molto graffianti. Di stile sonoro risentì anche il successivo album dei Dio, Strange Highways, accolto piuttosto male dai fan (l’album non entrò neppure in classifica); così come non molto soddisfacente si rivelò il seguente Angry Machines del 1996. Nel 1998 i Dio pubblicarono il doppio album dal vivo Inferno-The Last in Live, che ripercorreva tutta la carriera di Dio, compresi brani dei Rainbow e dei Black Sabbath.Nel 1999, Ronnie James Dio appare in un episodio del cartone South Park intitolato Hooked on Monkey Phonics. Il successivo album in studio, Magica del 2000, era un vero e proprio concept album, ispirato a un libro di incantesimi. Anche questo comunque lasciò perplessi molti fan, soprattutto per i toni cupi, pesanti e piuttosto monotoni. Migliore fu l’accoglienza per Killing The Dragon, un album più leggero, che sconfina addirittura nel rock’n'roll.L’ultima opera dei Dio a oggi è Master of the Moon del 2004, piuttosto vicino al precedente. Nel 2006 ha fatto una rapida comparsa nel film Tenacious D e il destino del rock (Tenacious D & the Pick of Destiny, 2006), di Liam Lynch, con Jack Black e Kyle Gass e con la partecipazione di Tim Robbins, John C. Reilly, Ben Stiller, Meat Loaf e Dave Grohl (dei Foo Fighters). Inoltre, assieme a Tony Iommi, Geezer Butler e Vinnie Appice, si sono riuniti per dare vita agli Heaven and Hell, il quale altro non è che la formazione del disco Mob Rules dei Black Sabbath.Il 3 giugno 2007 sono sbarcati anche in Italia al festival Gods of Metal: a novembre il gruppo si recò a suonare una serie di date nel Regno Unito.Nel 2008, Dio partecipò, insieme ad altri artisti dei generi hard rock e metal, alla produzione dell’album “We wish you a metal xmas and a headbanging new year”, composto da brani incentrati sul Natale, riscritti in chiave Metal; nel 2009 esce il molto atteso album da studio degli Heaven and Hell, intitolato The Devil You Know.Il 25 novembre 2009 la moglie di RJ Dio annunciò che al cantante è stato diagnosticato un cancro allo stomaco.Dio è deceduto a Houston, Texas il 16 maggio 2010 alle 7.45, ne dà l’annuncio la moglie tramite il sito ufficiale.

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LOVE ME FENDER : Bologna 12 dicembre 2009 -31 gennaio 2010

venerdì, dicembre 11th, 2009

Fender_AmStStrat_SB_4759_fullfrontPropone l’esplorazione di un mito, un viaggio attraverso molteplici linguaggi della contemporaneità, la mostra d’arti visive Love Me Fender, che dal 12 dicembre 2009 al 31 gennaio 2010 si svilupperà lungo le sale del Museo internazionale e biblioteca della musica a Bologna.A cura di Luca Beatrice, promossa da M.Casale Bauer, in collaborazione con il Museo internazionale e biblioteca della musica e con il patrocinio di Regione Emilia Romagna, Provincia di Bologna, Comune di Bologna e Università di Bologna, la mostra è dedicata all’universo Fender. Fender, come la casa di produzione di strumenti musicali fondata nel 1946 da Leo Fender, che dopo aver accompagnato e segnato le rivoluzioni in seno al Rock’n'Roll ha saputo evolversi costantemente entrando inevitabilmente nella storia e nell’immaginario collettivo del XX secolo. Ma non solo. Fender come stile di vita, come identità collettiva, capace ancora oggi di arrivare trasversalmente a persone di ogni età.Proprio all’arte del nostro tempo è affidato il compito, in questa mostra, di raccontare le suggestioni e di trovare le connessioni sparpagliate in una molteplicità di mondi diversi. L’esposizione presenta una ricca selezione di lavori inediti appositamente prodotti da più di venti  artisti, secondo i diversi linguaggi espressivi utilizzati, dalla pittura alla scultura, dal disegno alla fotografia all’installazione, tutti a comporre un mosaico multidisciplinare giocato sulle interconnessioni tra arte e musica, in un continuo gioco di specchi. Gli artisti presenti in mostra sono: Massimiliano Alioto, Andy, Gabriele Arruzzo, Matteo Basilè, Alessandro Bazan, Nicola Bolla, Bugo, Crash, Francesco De Molfetta, Nicola Di Caprio, Pablo Echaurren, Daniele Galliano, Fausto Gilberti, Daniele Girardi, Hubertus von Hohenlohe, Marcello Jori, Thorsten Kirchhoff, Francesco Lauretta, Marco Lodola, Bartolomeo Migliore, Laurina Paperina, Tom Porta, Laboratorio Saccardi, Mauro Sambo, Maurizio Savini, Nicola Verlato.Una sezione della mostra è dedicata ai memorabilia, provenienti dalla collezione Fender e da altre collezioni private: fotografie, strumenti musicali, riviste, manoscritti, manifesti, LP, 45 giri e  altri oggetti unici, datati a partire dagli anni Cinquanta, che raccontano una parte importante della storia della musica del’ 900, legata agli oggetti e alla vita quotidiana.Fin dall’inizio della loro produzione le chitarre elettriche sono state caratterizzate da forme inconsuete e colori brillanti che le hanno rese assimilabili a vere e proprie opere d’arte e spesso le hanno trasformate in oggetti da collezione: gli strumenti prodotti da Fender Musical Instruments Corporation sono diventati il simbolo di un nuovo modo di fare, ascoltare e vivere la musica. Il ruolo di icona fu consacrato nel 1969 quando gli oltre 400.000 giovani che si ritrovano a Woodstock, in occasione dello storico Festival cultura hippy, trovano sul palco Jimi Hendrix e la sua “white Strato”: un modello, la Stratocaster, destinato da li a poco a entrare nell’immaginario collettivo come la chitarra elettrica per eccellenza.Fender continuerà a scrivere la storia della musica attraverso i suoi strumenti, scelti a partire dagli anni Sessanta da musicisti importanti come Dick Dale, Hank Marvin del gruppo The Shadows, George Harrison e John Lennon, Eric Clapton, Kurt Cobain, John Frusciante, Frank Zappa e molti altri. Dal Rock’n'Roll al Punk, dal Pop al Metal, dal Funk alla Discomusic, dal Grunge alla musica leggera, la scelta degli strumenti Fender coincide con un vero e proprio life style che nel tempo ha accompagnato un numero sempre crescente di appassionati.L’indagine sulle contaminazioni tra linguaggi e discipline caratterizza da sempre la tendenza curatoriale di Luca Beatrice che in occasione della mostra Love Me Fender ha coinvolto artisti visivi che hanno in comune la passione per la musica, alcuni di loro sono impegnati da anni anche come musicisti.Red Ronnie, rinomato conoscitore del panorama musicale italiano e internazionale dagli anni Settanta, partecipa all’organizzazione della mostra mettendo a disposizione oggetti della sua personale collezione e la sua decennale esperienza, che lo ha visto attivo prima come dj nelle radio libere e poi come presentatore di programmi televisivi su emittenti nazionali.In occasione di Love me Fender saranno organizzati due concerti, espressione tangibile del crossover tra arte e musica, che vede la prima entrare nella vita di chi non frequenta solitamente i Musei e la seconda rendere accessibile a tutti un luogo che spesso ispira soggezione a un pubblico non esperto di arte contemporanea.

 

Proposes the exploration of a myth, a journey through many styles of contemporary, the exhibition of visual arts Love Me Fender, that since 12 December 2009 to January 31, 2010 will develop in the halls of the International Museum and library of music in Bologna. Curated by Luca Beatrice, sponsored by M. Casale Bauer, in collaboration with the International Museum and library of music and with the patronage of Regione Emilia Romagna, Bologna, Comune di Bologna and University of Bologna, the exhibition is dedicated to ‘ Fender universe. Fender, as the studio of musical instruments, founded in 1946 by Leo Fender, who, after having accompanied and marked the revolutions in the Rock’n'Roll has been able to constantly evolve inevitably entering into the history and collective imagination of the twentieth century. But not only. Fender lifestyle, such as collective identity, could still get across to people of all età.Proprio art of our time is in charge, in this exhibition to tell the suggestions and find connections in a scattered multitude of different worlds. The exhibition presents a rich selection of new works specially produced by more than twenty artists, according to the different expressive languages used, from painting to sculpture, drawing and photography to installation, all to compose a mosaic multidisciplinary played on the interconnections between art and music, in a continual game of mirrors. The artists included in the exhibition are: Massimiliano Alioto, Andy, Gabriele Arruzzo, Matthew Basilè, Alessandro Bazan, Nicola Bolla, Bugo, Crash, Francesco De Molfetta Nicola Di Caprio, Pablo Echaurren, Daniele Galliano, Fausto Gilberti, Daniel Girardi, Hubertus von Hohenlohe, Marcello Jori, Thorsten Kirchhoff, Francesco Lauretta, Marco Lodola, Bartolomeo Migliore, Laurina Daisy, Tom Porta, Laboratorio Saccardi, Mauro Sambo, Maurizio Savini, Nicola Verlato.Una section of the exhibition is devoted to memorabilia, from the collection and Fender other private collections, photographs, musical instruments, journals, manuscripts, posters, LPs, 45s and other unique items, dating from the fifties, they tell an important part of music history of the ‘900, related to objects and life quotidiana.Fin beginning of their production electric guitars were marked by unusual shapes and bright colors that made them similar to real works of art and often turned them into collectors’ items: the instruments manufactured by Fender Musical Instruments Corporation have become the symbol of a new way of doing, listen and live music. The role of icon was consecrated in 1969 when over 400,000 young people who find themselves in Woodstock, on the occasion of the historic festival hippie culture, are on stage Jimi Hendrix and his “white layers”: a model, the Stratocaster, designed by them to just to enter the collective imagination as the electric guitar for eccellenza.Fender continue to write the history of music through his instruments, selected from the Sixties by major composers such as Dick Dale, Hank Marvin of The Shadows, George Harrison and John Lennon, Eric Clapton, Kurt Cobain, John Frusciante, Frank Zappa and many others. From Rock’n'Roll to punk, from pop to metal, funk to Discomusic, from Grunge to pop music, the choice of instruments Fender coincides with a true life style that over time has accompanied a growing number of fans. The survey on the contamination between languages and disciplines has always characterized the trend of curatorial Luca Beatrice for the exhibition “Love Me Fender involving visual artists who share a passion for music, some of them have committed many years as musicians . Red Ronnie, a renowned connoisseur of Italian and international music scene from the seventies, helped to organize the exhibition by providing items of his personal collection and his decades of experience, which has seen him active as a DJ in the first free radio and then as presenter of television programs on issuers nazionali.In at Love me Fender will be two concerts, a tangible expression of the crossover between art and music, which sees the first to enter the lives of those who usually do not attend the Museums and the second to make a barrier-free place that often inspires awe audiences not expert in contemporary art.

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