Cup Of Pino 3.0

Colori nostrani :)

by pinocuozzo on gen.26, 2010, under Protagonisti

Continua il viaggio all’ interno del mondo del colore digitale nei comics…e oggi, visto che siamo tutti legati alla nostra cara Italia, continuiamo quest’ avventura con la nostra Barbara Ciardo.

Barbara in pochissimo tempo si è fatta notare sia sul mercato nostrano e poi su quello americano prima insieme al GG Studio ( tutto italiano) su progetti per la Marvel, trovate adesso in edicola la sua She Hulk su Fantastici 4, e ora da sola su progetti Dc tra i quali una storia di SuperMan insieme al mitico Lee Bermejo e ora su un superprogetto sempre per l’ uomo d’ Accaio di Kripton!

Ma ora diamo la parola a lei direttamente..con osservazioni che ci danno un bel esempio del caratterino di Barbara…

Che considerazione c’è del colore nel fumetto dei mercati americano e italiano?

Ti rispondo parlandoti secondo quella che è la mia esperienza, poichè non posso affermare di aver capito in soli sei anni tutte le dinamiche che riguardano questo settore. Quello che ho visto è che in Italia il colore sui fumetti è ancora visto come qualcosa di eccezionale, di raro, in quanto viene offerto al pubblico come un valore aggiunto non indispensabile alla lettura ma che costituisce il vestito elegante indossato per le grandi occasioni (sulle copertine, per un anniversario, il numero 100,  o per altre ricorrenze editoriali particolari).

Ne è un esempio il Dylan Dog Color Fest che è una bella iniziativa editoriale della Bonelli che prevede eccezionalmente il colore quando normalmente tutte le altre testate della medesima casa sono previste in bianco e nero.

Considerando che Bonelli è comunque l’editore che storicamente ha rappresentato il fumetto italiano e la tradizione del bianco e nero, si può ben capire che per il colore in Italia non ci sia stato nel tempo grandissimo spazio per svilupparsi. Altri editori che pure guadagnano un proprio pubblico, spesso importano materiale prodotto altrove oppure portano anche loro avanti con successo la tradizione del bianco e nero. Devo dire però che ci sono, anche se pochi, editori che investono anche sul colore ma molto spesso scelgono autori che da soli realizzano un prodotto completo dalla storia al colore e talvolta anche il lettering. Infine alcuni di quelli che si rivolgono ad un colorista spesso non riescono a garantire un compenso adeguato al lavoro da svolgere.

In America invece dove da moltissimi anni il colore è una presenza assodata e inscindibile dal fumetto, si è sviluppata e diffusa la divisione dei ruoli, il cosidetto team artistico dove sceneggiatore, disegnatore, inchiostratore, colorista e letterista lavorano su un unico prodotto e se si guarda la quantità di testate che escono ogni mese in America è un’ovvietà dire che il ventaglio delle possibilità per un colorista risulta molto più ampio.

Da questo consegue che anche la considerazione per la mia figura professionale è maggiore. Gli editors americani hanno nel tempo sviluppato l’occhio per stili di colorazione differenti e gli art directors sono attenti nella scelta del giusto artista da affiancare al particolare disegnatore. Il colorista è per l’editrice una parte importante su cui investire e anche gli editori più piccoli cercano di offrire dei compensi adeguati.

Come cambia, se cambia, lo stile del colorista in base al disegnatore cui viene affiancato?

Su questo credo ci siano visioni differenti ed ogni colorista matura un proprio percorso personale. Io ho incontrato però due categorie fondamentali (sicuramente ce ne saranno altre): i coloristi che imparano un metodo e applicano sempre quello per qualsiasi disegnatore che si tratti di tavole a matita o china e i coloristi che affrontano ogni nuovo lavoro e il relativo disegnatore partner  come un’ occasione per rinnovarsi e trovare lo stile di colore più adatto al segno, spesso sconvolgendo il proprio sistema di lavoro e la visione del colore più “sicura” e collaudata. In maniera piuttosto istintiva e naturale mi sono ritrovata nella seconda categoria.

Fin dall’inizio, ovvero quando “giocavo” con il colore ancora senza una reale prospettiva lavorativa, ho colorato tavole e illustrazioni di disegnatori diversi e questo mi ha portata automaticamente a pormi il problema di dover cambiare qualcosa per distinguere ogni immagine, affinchè ognuna avesse una personalità profondamente diversa dall’altra.

Il rischio che corro adattandomi volta per volta al disegnatore e alla storia che incontro è che il mio stile non sia facilmente riconoscibile, ma il vantaggio è che non mi annoio mai lavorando, perchè ogni nuovo progetto è una sfida che inizia con la consapevolezza che c’è sempre qualcosa  da migliorare, da aggiungere e spesso anche da semplificare.

Che differenza c’è tra un colorista per vocazione e un colorista improvvisato?

Credo che la differenza sia nell’intenzione. Un colorista improvvisato è probabilmente un artista che ha difficoltà nel farsi spazio nel mercato come disegnatore o inchiostratore e che “ripiega” sul colore; oppure una persona affascinata dal mondo del fumetto che senza avere buone basi di disegno e teoria del colore impara ad usare usare Photoshop quel tanto che basta per fare il minimo indispensabile se coinvolta in un progetto da un editore che non vuole investire più di tanto sul colore. L’improvvisato riempie la pagina di colore senza un’attenzione particolare, senza una ricerca di stile, perchè l’obiettivo è chiudere il fumetto, non importa come. Pensa che sia l’editore o addirittura il disegnatore ad avere la responsabilità della tavola finita…

Un colorista per vocazione al contrario non vorrebbe fare nessun altro lavoro e si sente responsabilmente autore di ciò che fa; la sua funzione non è risolvere il problema di un editore che deve vendere un albo a fumetti basta che sia a colori, ma contribuire a dare un’identità al prodotto, che sia un fumetto per bambini, ragazzi o adulti; non si accontenta di un risultato appena sufficiente e fondamentalmente ama il proprio lavoro, non smette mai di studiare e di ascoltare i consigli di autori ed editori con cui viene a contatto.

Il colorista è considerato autore quanto disegnatore e sceneggiatore?

Se guardi i fumetti americani pubblicizzati su internet e sui cataloghi, gli artisti segnalati come autori sono principalmente il disegnatore e lo sceneggiatore con qualche eccezione per gli inchiostratori più prolifici che pure vengono citati. Raramente il colorista viene inserito in pubblicità poichè il richiamo fondamentale per il lettore è costituito dai disegni e dalla storia.

Questa scelta evidenzia una supremazia delle altre figure su quella del colorista e sembra dimostrare che il colorista non sia autore quanto disegnatore e sceneggiatore. Credo però che questo sia anche dovuto al fatto che mostrare una personalità riconoscibile nel colore sia più difficile e il pubblico oggi riesce sì a distinguere se un fumetto è colorato bene o male (e questo è già un gran traguardo), ma i più non riconoscono ancora un colorista dall’altro.

Ad ogni modo il discorso riguarda unicamente la pubblicità. Negli Usa infatti il colorista viene accreditato e premiato tanto quanto tutte le altre figure che fanno parte del settore, mentre in Italia per quanto dicevo sopra, i più importanti premi non prevedono ancora una sezione per questo professionista del fumetto.

Cosa non ti hanno mai chiesto?

Ti dico cosa vorrei non mi chiedessero più in Italia quando dico che sono una colorista di fumetti: “Ma ti pagano?”

Il giorno in cui non sentirò questa domanda il fumetto avrà raggiunto qui il grado di diffusione che merita e forse anche il colore avrà guadagnato uno spazio degno tra le tante possibilità espressive che questo mezzo offre.

Su quale disegnatore vorresti mettere la tua tavolozza digitale?

Un’ autore che stimo moltissimo, un disegnatore fenomenale e indiscusso maestro del fumetto: Sergio Toppi.

Lo so, non è facilmente realizzabile…ma tu non mi hai chiesto di mantenermi nel campo del possibile :)

Vi lascio con un esempio dei splendidi colori di Barbara su una tavola di Castiello per il progetto FrontLine edito dalla Marvel


Grazie Barbara

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