Archive for the ‘Senza categoria’ Category

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Clicka per vedere il libro

In occasione del Fumettour, il nostro Janfranco ospite allo stand “Tespi – Nicola Pesce Editore” al Centro Sociale Salerno Solidale SABATO 3 OTTOBRE dalle 17.30 alle 18.30, per il suo nuovo libro “QUEST’ESTATE FORSE NON VADO AL MARE” .

Qui trovate l’indirizzo per comperare il libro on-line.

Qui trovate l’indirizzo del suo blog.

Qui trovate il sito del Fumettour (e qui la pagina con la mappa per arrivare).

Sennò cercate “via guido vestuti” su Google Maps.

A presto! E ricordate di non dargli troppo a parlare se non volete essere feriti nel vostro intimo!

E soprattutto ricardatevi di non mangiare le cose cadute per terra!

Trucco grandioso, la foto non rende!

Trucco grandioso, la foto non rende!

Cos’è una drag-queen? Ci devono essere perforza lustrini e capelli cotonati?

Ma soprattutto… perché uno riesce a scadere in una serie di cliché tanto ovvi. Come ha potuto Sam Raimi, che io da qualche parte dentro di me amo, far sì che ci fosse uno zingaro che ballava tipo marionetta su un tavolino in fiamme?, far sì che quella vecchiaccia balorda guidasse una macchina, che comparisse sempre nello stesso modo, che quel fazzolettino cacasse tanto il cazzo?

La storia è bellissima, a raccontarla. Una ragazza in carriera in una banca decide di rifiutare una proroga a una vecchia zingara e la vecchia zingara fa una brutta figura in banca. Allora prima la aspetta nel parcheggio e fa quello che una zingara sa fare meglio, ossia tante schifezze, e poi la maledice.

Non c’è modo di mandar via la maledizione, la viecchia è morta.

Alla fine c’è questa lamia (una specie di demone-caprone) che per tre giorni tormentera la guagliuttella e poi la trascinerà all’inferno.

Ora, la storia al cinema non s’era vista spesso. Oserei dire che risulta originale (se non hai letto certi primi libri di Stephen King, dove il protagonista metteva sotto una zingara perché la moglie gli stava facendo un pompino mentre lui guidava, la zingara lo malediceva, lui passava i guai, poi scopriva che l’unico modo per liberarsi della maledizione, che era tipo il cancro o qualcosa del genere, era preparare una torta di mele col suo sangue dentro e farla mangiare a un nemico, a cui la maledizione sarebbe passata. Però scende in cucina di notte e scopre che la figlia è rientrata a casa tardi e si è mangiata la torta!!!… questa fine di per sé è istruttiva e bella, spaventosa, se non che bastava poi che la figlia rifacesse la torta a un altro e tutto sarebbe stato ok… mentre il libro la fa troppo tragica e dimentica questa possibilità…). Non s’era vista spesso al cinema la maledizione.

E la cosa più temuta non era stata spesso di finire all’inferno. Molto bello.

Poi la vecchia era truccata da Dio (voglio sperare che fosse truccata!), un trucco così ben fatto, un personaggio così ben fatto (anche se non le avrei fatto mangiare la caramelle in banca, uffa, l’ha ridicolizzata)!

Bellissimo anche che quando lei gridava, con la faccia della vecchia di fronte, la vecchia abbia sputato dalle proprie cavità una infinità di insetti e lombrichi che sono andate a finire nella bocca di una ALison Lohman che gridava.

Però questa vecchia sputava troppo spesso.

Però la lamia non faceva paura.

Però la scena iniziale in spagnolo ce la potevamo benissimo evitare. Dà un senso di spaventosa serie B.

Però possibile che se tutta la tua vita (e il tuo eterno dannarti) dipendesse dal regalare un bottone (come la torta di King) a qualcuno, tu metteresti questo bottone in una busta (un paio giorni prima), e ove la busta ti cadesse anche a terra in mezzo altre buste eccetera, possibile che tu restituiresti la busta senza controllare se dentro vi è il bottone o un altra cosa?

Io non credo.

Cmq, bel film. Godibile. Si poteva fare molto meglio con una vecchia così caratteristica, una Alison Lohman che sa essere espressiva e una storia così nuova oggi.

Alison Lohman, che dire?

Il ruolo di ragazzina in carriera lo aveva già avuto in False verità.

E lì il pezzo forte del film era lei sotto l’effetto della droga che invece di investigare su Kevin Bacon e quell’altro finiva per farsi fare delle lesbo foto da nuda. A vedere questo Drag me to hell mi risultava assai difficile prenderla sul serio, perché mi ricordavo quella faccia che faceva quando un Kevin Bacon basettone le metteva le mani addosso, un tizio con degli improbabili baffi le spogliava davanti una Alice in Wonderland e una alice in Wonderland le faceva un cunnilingus.

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16
set

Vedete che diavolo riesce a fare Tony Yaa!!

   Posted by: Pedro Adelante

Tony Yaa

Tony Yaa

Vedete un po’ che diavolo riesce a fare questo tizio, il protagonista di film sfizioso come ONG BAK, eccetera. Guardate il video qua sotto: fa paura!! Salta a quattro metri d’altezza, fa girandole per l’aria, incredibile!!

Filmografia:

ONG BAK, 2003

THE PROTECTOR, 2005

ONG BAK 2, 2008

Fa pena che mentre ai tempi di Bruce Lee gli attori di Bollywood dovevano fare centinaia di film, oggi la parabola di una stella delle arti marziali si esplichi forse in meno di una decina di film, visto che le leggi di Hollywood prevedono un paio di anni di pausa tra un film e l’altro!

Ma Bruce Lee non diceva che queste acrobazie non servano a dimostrare che sai combattere?

La vera Emily Rose

La vera Emily Rose

L’altra sera ho riguardato L’esorcismo di Emily Rose. Tanto per cominciare mi son documentato (che al giorno d’oggi vuol dire aprire da Google il primo blog a caso e copiare quello che ci si trova senza badare all’attendibilità delle fonti!).

Si tratta di una storia vera, come dice l’incipit del film.

Anneliese Michel

Anneliese Michel

La vera storia racconta è la seguente: nel 1968 Anneliese Michele, quando era diciassettenne ed era ancora alla Scuola Superiore, ha cominciato a soffrire di convulsioni. Il suo primo attacco epilettico avvenne nel 1969. Fu allora che un neurologo alla clinica psichiatrica Wurzburg le diagnostica l’epilessia di Mal.

Ben presto, Anneliese inizò ad avvertire delle allucinazioni demoniache mentre pregava. Inoltre iniziò a sentire delle voci, che gli dicevano che era maledetta.

La prima ipotesti sul fatto che fosse possdeuta la fece una donna anziana che aveva notato che Anneliese evitava di camminare su un’immagine particolare di Gesù e rifiutava di bere l’acqua da un bicchiere benedetto. Una volta Anneliese sostenne di aver sentito odore di bruciato, probabilmente del Male.

Anneliese ha effettuato un certo numero di azioni altamente preoccupanti. Ha leccato la propria urina dal pavimento. Ha mangiato mosche, ragni e carbone. Ha morso sulla testa un uccello morto. In almeno un caso, aveva strisciato fuori e si è comportata come un cane per circa due giorni. Molto spesso le sue grida si sentivano attraverso le pareti per ore.

Wikipedia è sempre d’aiuto (qui).

Poverina

Poverina

Ora però passiamo al film.

Il film è un solito, mediocre prodotto americano, con un paio di buone idee. La prima è la scelta della protagonista: Jennipher Carpenter, la cui faccia strana si presta alla perfezione: ci fornisce delle sensazioni intense, cui non siamo abituati. Siamo abituati alla bellezza convenzionale di queste biondine del cazzo con la pelle rosea che quando si spaventano ti fanno pensare: “non rovinate quella bellezza”, oppure: “guarda quell’attrice come recita bene!”, perché di fronte all’insulsa bellezza di molte attrici di oggi, non ci viene più da pensare: “oddio, guarda quella ragazza quanto è terrorizzata”, o, “questo terrore mi ricorda il mio.”

Jennipher ci restituisce la santa sospensione dell’incredulità.

Jennipher Carpenter

Jennipher Carpenter

L’abbiamo vista ultimamente anche in Quarantena e precedentemente in White Chicks, quel film ridicolo con due neri che si pittano di bianco e fanno le patanelle e tutti ci credono.

La seconda grande pensata del film sono le contorsioni di Emily Rose. Quando il fidanzato si sveglia e la trova a terra tutta contorta nel dormitorio è una delle scene più spaventevoli della mia vita!! Nonché quegli occhi tutti neri!

Però…

L’attrice che fa l’avvocatessa sembra Brook di Beautiful, è troppo ordinata, fuori luogo, finta.

Mai finta quanto l’attore che fa il pubblico ministero, che, a parte i baffetti, mi ricorda col suo ciuffo e la sua pelle bianca un personaggio ben preciso del sottobosco del fumetto italiano.

Tutto il fatto del processo sa di commedia sexy all’italiana, il fatto che i testimoni muoiono per motivi accidentali dettati dal maligno sminuisce notevolmente il maligno. Dov’è finito quel maligno che faveva rispondere alla bambina de L’Esorcista – alla domanda di Padre Damien che le chiedeva di riaprire il cassetto con la telecinesi – e la bambina rispondeva: “NEL TEMPO…”

Ossia: “non ti devo dimostrare niente”

Un gran fumetto, un gran personaggio

Un gran fumetto, un gran personaggio

Ero alla fiera di Narni, dietro allo stand Golden Distribution, e scambiavo un paio di parole con Giuseppe Palmentieri (il responsabile della distribuzione, ndr), quando ho cominciato a sfogliare alcuni fumetti e due in particolare hanno attirato la mia attenzione, entrambi della QPress.

Blotch, “Il re di Parigi”, di Blutch

Blotch, “Di fronte al proprio destino”, di Blutch

Blotch è un personaggio connotato in maniera assolutamente negativa. Sotto le vesti di un elegante francese grassoccio e ben pensante, con un passato da accademia dell’arte e un presente da “rinomato” vignettista di prima pagina della rivista nazionale Fluide Glacial, questo signore nasconde proprio quello che – smaliziati come siamo oggi – ci si aspetterebbe: non capisce un’acca di arte, è presuntuoso, razzista, sfrutta e maltratta la propria donna, in continua competizione con i suoi colleghi, gioca sporco, rode d’invidia, fa male a vedersi.

E’ un fumetto appunto che fa male. Il tratto dell’autore, quasi omonimo, è sottile e salta da un’eleganza di altri tempi a un underground puro, il tutto nello stesso disegno. Così due occhi altezzosi sanno diventare due vortici deformati dal dolore. Ma quel che più colpisce è una sceneggiatura forte, che scandisce il personaggio per episodi di 5-6 pagine ciascuno, in qualche modo collegati fra loro.

Alcuni episodi sono più ironici, altri più dolenti, altri ancora sono tocchi d’arte che hanno a che vedere con la fralezza della vita e della bellezza dell’uomo e della donna, sono colpi al cuore particolarmente intensi. Come quando, mentre Blotch passeggia per strada con al fianco la ragazza bruttina che è la sua nuova fiamma, viene apostrofato da una vecchia, che lo chiama per nome, lo ricorda. E gli dice: “Sono Ninì”, e mostra le sue orribili grazie grinzose. Lui ricorda allora come le andava dietro, e quando posò per lui nuda, eccetera, quanto l’amava. E lei gli diceva che la sua bellezza sarebbe sfiorita e lui l’avrebbe sostituita con un’altra, e Blotch, allora magro, giovane e capelluto, rispondeva idealmente: “Ti amerò per sempre!” e da lì ci si precipita nel presente, con quella vecchia cui lui getta una moneta e si allontana… Non manca un tocco finale di ironia: al tavolo Blotch dice a un amico: “Era Ninì”, e l’amico: “Ti lasciò per un cubista!!”

Comprate!!

www.goldendistribution.it

Silente Gay

Silente Gay

Di Harry Potter ne parlano in troppi e dunque io sarò breve. Il film mi è piaciuto; non posso che dire che le cose le sanno fare bene. E’ sempre una figata, ma c’è da dire che stavolta il film non è stato strutturato secondo i più comuni dettami del cinema commerciale, cinema cui Potter appartiene. Un film deve avere 15 minuti di intro, un mutamento dell’ordine costituito che porti ad uno svolgimento di un’oretta, un colpo di scena e una fine accelerata di una decina di minuti.

Non voglio essere un imbecille di quelli che fanno i film a tavolino, ma alla fin fine se ci fate caso quasi tutti i film che avete mai visto si svolgono così. Harry Potter e il principe Mezzosangue non ci dà un vero svolgimento, non ci dà un clou, per loro il momento più importante qual è?, la morte di Silente? Ma del resto io non sono mica sicuro che sia morto!! Mica qua è la Piovra con Michele Placido, che quando uno muore… muore! Qua la gente muore e rinasce. Quindi non mi tocca più di tanto.

Ma per la sua posizione nel film, temo che il punto più coinvolgente volesse essere Silente che fa il vecchio tremebondo e beve quella robaccia.

Trovo quindi che sia un bellissimo film, con potenti mezzi, strutturato in modo da durare 4-5 ore, e ce ne hanno fatto vedere solo metà. E’ il primo Potter da cui me ne esco un po’ scocciato.

Ron fa sempre più pena, la Watson cresce sempre più divenendo il prototipo di quelle ragazzine amiche nostre che studiano sempre e dimenticano di avere un corpo… ma per quanto tempo li hanno vincolati sti poveri attori?? La Watson farà la fine di Stephanie Forrester in Beautiful? La vedremo nell’ultimo Potter, tra cinquant’anni, grassa e coi capelli corti bianchi?

Poveracci!, resi famosi e vincolati nel fiore della loro adolescenza!

Ma Piton che ha fatto?? E’ diventato bruttissimo!! Prima era una specie di Renato Zero, ora è un Renato Zero tutto gonfio, tipo certa gente che è allergica alla polvere o si fa delle cure al cortisone.

“Il principe mezzosangue” sarà stata certamente una sottotrama, ma non è stata affatto sviluppata.

Voglio anch’io andare a Hobwarts!!!!! BWAAAAAA!!!!!(rts)

Per concludere: boh.

Intimità... e lui brutto come la morte

Intimità… e lui brutto come la morte

Silente Gay, Potter nudo a teatro... ma cosa è diventato questo maghetto?

Silente Gay, Potter nudo a teatro… ma cosa è diventato questo maghetto?

Ve lo ricordate invece quando era così!!?

Ve lo ricordate invece quando era così!!?

E lei, novella Paris Hilton (o era Britney Spears)!?...

E lei, novella Paris Hilton (o era Britney Spears)!?…

...quando da piccola era così amabile.

…quando da piccola era così amabile.

The blb

The blob

Leggete tutto il post se volete conoscere bellissime scene e una grande metafora della società contemporanea.

L’altra sera l’unico film decente in tv lo davano su Rete4, che io non posso vedere più, a Roma, grazie al nuovo Digitale Terrestre, che rapprensenta una spesa per chiunque e soldi per i venditori di decoder.

Allora ho pescato dalla mia scarnissima videoteca il dvd di “The blob” con un giovanissimo Steve McQueen. Pensavo di trovarmi di fronte a una qualche stronzata hollywoodiana, e invece ho beccato un film carico di una dolce ironia, a volte toccante, e che stimola lati della paura umana che gli altri film difficilmente toccano.

Non è che mi ha fatto balzare dalla sedia, ma mi ha tenuto in una costante tensione per quasi due ore, con la tentazione ogni tanto di mettere pause per segnarmi delle frasi belle.

Il viecchio pazzo

Il viecchio pazzo

La storia è semplicissima: cade un meteorite sulla terra, un viecchio lo trova e con uno stecco di legno lo titilla. Ecco allora una di quelle scene che stimolano paure che altri film non avvicinano neppure: come vedete nella foto qui accanto, quella pallina gelatinosa pende verso il basso e arriva quasi a toccargli la mano, spinta dalla forza di gravità, colando lungo il bastone. Allora noi pensiamo: capovolgi il bastone, capovolgi il bastone!! Come tutte quelle volte che, avendo tenuto un fiammifero acceso verso il basso, ci arriva la fiamma alle dita e noi lo tendiamo verso l’alto per non bruciarci!

Il viecchio capovolge il bastone verso il basso, ma il blob invece che seguire la gravità, come aveva fatto finora, continua a salire e gli aggredisce la mano!! Il viecchio grida, non riesce a scrostarsi la cosa dalla mano!!

Allora corre all’impazzata e becca Steve McQueen che con la sua decappottabile stava facendo un giro con la sua fidanzata. Lo caricano in macchina e lo portano all’ospedale. Arrivati lì, di notte, notano che la “cosa” ha aggredito tutto il braccio.

Il medico li manda a cercare sul luogo dove è successo il tutto qualche indizio. Loro vanno. Il medico chiama al telefono l’infermiera che, essendo notte, era via. La chiama per una amputazione. Ma quando lei arriva il viecchio non c’è più!!

E’ stato mangiato e ora c’è una palla rossa di una cinquantina di chili nell’ambulatorio.

Vi buttano sopra dell’acido, le sparano, non serve a niente! Li costringe in un angolo e li divora!!!

Ora, non voglio dirvi tutto, ma devo sottolinare ancora un paio di scene e una metafora.

Steve McQueen è nel film un ragazzaccio, vede il blob che mangia il dottore e nessuno (a parte la fidanzata) gli crede, nemmeno la polizia. (The Blob presenta nel 1958 un gruppo di “ragazzacci” buoni, coraggiosi ed attenti alla comunità, comunità che vuole bollarli cattivi. E’ abbastanza strano, negli anni in cui i giovani venivano demonizzati.)

Quella notte torna a casa coi suoi, ma poi esce dalla finestra e raggiunge la fidanzata, che pure scappa. Sotto un salice lui dice che non è più sicuro di sé stesso e di quello che ha visto. Lei dice che si fida di lui. E lui tra i rami penduli del salice guardando verso la notte dice qualcosa tipo: “Ora, se mi sono immaginato tutto, questa è una notte normale. E noi andremo a casa, dormiremo nei nostri letti, e domani il sole brillerà di nuovo.”

Questa frase ha la forza di farmi rendere conto che, dallo spazio, quella notte, è arrivata una cosa orribile, che cambierà la vita di tutti per sempre, e quella non è una notte normale. Bellissimo.

In questa scena, tra l’altro, ho simpaticamente notato uno sbuffo di fumo dietro la spalla scamosciata di Steve McQueen mentre parla a lei. Era lui che, quasi alla sua prima recitazione, fumava molto disinvoltamente e recitava (in un film dove il personaggio non fuma). E allora il regista non riuscì a convincerlo a spegnere quella sigaretta, e quella scena lui la recitò con la sigaretta accesa dietro la schiena!!

Il regista notò Steve mentre questi portava il cane a spasso in un parco e gli disse: “Voglio che reciti nel mio film!” Steve aveva 27 anni e cominciava la sua scalata.

Altra scena bellissima è quando loro sono in una cantina e il blob, enorme ormai, è completamente sopra di loro e sta per catturarli avvolgendo la cantina da tutte le parti. Ci sono lui, lei, il fratellino piccolo e un paio di signori. Il fratellino è terrorizzato e allora Steve lo prende in braccio e gli dice che è tutto a posto e che tutto andrà bene. Lei prende la cosa da un’altra prospettiva, da sorella maggiore, e con lo sguardo buono gli dice di appoggiare la testa e dormire, che domani sarà finito tutto, tutto andrà bene eccetera. In tal modo dice in pratica “dormi”, allo scopo di farlo morire nel sonno, divorato dal blob, senza paura. Toccante!

Infine volevo dire della ovvia metafora, sottolineata anche dalla trasmissione Rai di Ghezzi. The blob è il simbolo della civiltà americana dell’epoca e delle sue paure. Erano i tempi della guerra fredda, e quindi della corsa alla conquista dello spazio, dal quale ci si attendevano chissà quali paure. Oggi per noi lo spazio è ovvio. Immaginate all’epoca, invece. Erano i tempi del primo sfrenato consumismo, che divorava tutto.

Ma blob, come si evince chiaramente dalla strafamosa scena della fuga della gente dal cinema, è in realtà il cinema stesso e, oggi, la televisione.

In pratica the blob a un certo punto aggredisce il macchinista della sala del cinema (gli addetti ai lavori in pratica subiscono per primi la nostra stessa malattia) e poi dalla sala proiezione si riversa nella sala del cinema dove sta la gente attraverso quello stesso foro da dove filtrava il film, la luce che proiettava il film.

Oggi la televisione – specchio della società (del divenire della società, non della società stessa, dal momento che la tv, pensata da una elite per la massa, è un acceleratore sociale) – non è che un crescere, crescere crescere. Le ragazze sono sempre più nude, le discussioni sempre più accese, la cronaca nera ripresa sempre più necrofilmente da vicino.

Tutto cresce e peggiora, e allora qual è la soluzione?

The blob ce lo dice: un grande raffreddamento, un grande freddo che congeli tutto. Con gli estintori il blob si ferma… ma non retrocede. Possiamo congelare tutto così come è, e poi portare tutto con un gran paracadute in antartide. Ma il film, con grande preveggenza (era il 58!), si conclude con un punto interrogativo: la cosa andrà bene almeno finché l’antartide resterà freddo.

Prime avvisaglie dell’effetto serra e dello scongelamento dei ghiacciai?

Ma bisognerebbe anche ascoltare la telefonata finale tra un poliziotto e un generale dell’esercito.

“Dargli fuoco?” meglio di no, si nutre di calore. E allora niente censure, niente guerre moraliste, niente aumento di calore e tensione.

“Mandargli una bomba?” ma no, esploderebbe e si sparpaglierebbe in mille piccoli blob pronti a crescere. E allora facciamo attenzione con questo Digitale Terrestre, con questi infiniti canali digitali che chiunque può aprire.

Ma il blob non è identico allo Skifidol di mio nipote?

Davvero mi ha così spaventato che non ci giocherò più.

Concludo con dei pesci schifosi che ho trovato su Google cercando la locandina di blob.

Schifoso pesce blob

Schifoso pesce blob

Il bimbo sul davanzale
Il bimbo sul davanzale

Antichrist è un film? E’ così… pittorico, così artistico, che forse è offensivo definirlo un film.

Se volete leggere subito la mia spiegazione del film, andate direttamente in fondo là dove dice “spiegazione del film”, così non dovrete sorbirvi tutti i miei altri pensieri.

Stanco di tutti quegli horror movies che ritengono di suscitare la paura soltanto alzando all’improvviso il volume (anche mia madre mi farebbe sbandare se entrasse all’improvviso gridando nella mia stanza), stanco di sangue a bizzeffe, esplosioni eccetera, finalmente un’opera che mi ha solleticato.

Dopo averlo visto ho chiuso la bocca. Di solito prima ancora di uscire tra la folla del cinema già vado commentando. Stavolta no, silenzio. Ci ho pensato un paio di giorni, ho sofferto. Poi mi sono documentato. Solo ora cerco di dire qualcosa, ma dire qualcosa è difficile senza avere ancora il dvd in mano da guardare e riguardare tra mille fermi immagine.

Finalmente un film di cui si può parlare più di una mezz’oretta!

Da dove partire? Dall’influenza di un Lynch, di un Bergman, persino di uno Strindberg? Partire dalla significativa divergenza di questo film con il resto dell’opera del regista danese, dal cinema come tela pittorica e non soltanto mera narrazione, che lo accomuna appunto a Tarkovsky (cui il film è dedicato), a certi aspetti di Kubrick o all’ultimo Coppola (come qualcuno ha suggerito)?

Partiamo dalle recensioni degli altri: von Trier ha giocato sullo “scandalo” che il film rappresenterebbe, per via di un paio di scene di sesso esplicito (ma… fanno ancora scandalo?, pensavo che con Ultimo Tango a Parigi avevamo chiuso con i perbenismi) e di un clitoride amputato (ma possibile che non abbiano mai visto un film gore o splatter?). Vabbè, e dov’è lo scandalo?

Si è parlato, per un film così bello, di “mera volontà di provocare”. Ma posso suggerire a tali avventati critici di farsi un giro in un qualsiasi museo di arte moderna e contemporanea, ma anche il 1200 va bene. Volete dunque dirmi che i quadri certe cose le possono dire e i film no? Perché, di grazia?

Leggiamo insieme la superficialissima recensione di Natalia Aspesi su Repubblica:

“Ingannati dalle allettanti promesse di pornografia, erano corsi a frotte al cinema, intasandolo tutto un’ora prima dell’inizio del tanto atteso nuovo capolavoro di Lars von Trier, dal titolo sulfureo, Antichrist, quindi adatto a suscitare i tanto benedetti scandali. In preda a una forte depressione, come lui stesso ha rivelato, il regista danese ha scelto come terapia non un analista o gli psicofarmaci, ma un film che lo guarisse attraverso momenti di massimo horror ginecologico, quali il taglio con forbici del proprio clitoride da parte della fuori di testa Charlotte Gainsbourg, che aveva però provveduto prima a inscenare un horror penico, dando una tremenda legnata al membro del marito Willem Dafoe, seguito da masturbazione sanguinolenta più trapanazione di una gamba con inserimento di un ferro chiuso da una mola.

Inizio tragico, in bianco e nero: la coppia di brutti e bravi Dafoe e Gainsbourg sta facendo l’amore accanto alla lavatrice e intanto il loro delizioso piccino Nic precipita dalla finestra. Noiosissimo, il marito con alterigia antipatica la porta in un capanno in una fitta foresta (simboli su simboli, sciamanesimo, psicanalisi, esoterismo) per guarirla dalla disperazione e dove invece chiunque impazzirebbe [questa gliel’appoggio!].

Qui misteriosamente la signora si rivela una strega, per lo meno una che stava facendo una tesi sul Ginocidio con tutti i libri del caso compreso il cinquecentesco Malleus Maleficarum che dettava legge su come torturare e ammazzare le donne considerate streghe. Tra il pubblico, risate quando gli animali stregati parlano (una volpe, «il caos regna») [anche questa gliel’appoggio… a me ha fatto troppo pensare a Labyrinth e al volpino che dice: “Nihuno passera di qui… senza la mia… ehm, permissione!”, però è solo la volpe che parla, non ci sono “animali che parlano”], grida di raccapriccio quando la signora spettinata usa forbice e bastone e cerca di sotterrare il marito, che forse se lo meriterebbe data la supponenza.

Il regista tanto amato e premiato ha un bel spiegare che parlare di caccia alle streghe non vuole dire approvarla ma il pubblico molto provato ha il diritto di pensare che il film sia frutto di un suo risentimento angosciato contro le donne o una donna. Nel film ci sono solo i due protagonisti, che stanno sempre senza mutande e pur piangendo per l’insopportabile lutto si cavalcano continuamente. Vera opera da strega, che non solo stregonescamente metteva le scarpe sbagliate al figlioletto maschio, ma appena poteva si masturbava tutta nuda, anche tra le felci!”

Questa recensione è un capolavoro di superficialità. “Stanno sempre senza mutande”, ma perché un marito e una moglie non possono chiavare? E’ peccato mostrarlo? Non si sa che l’elaborazione per un lutto passa talora per l’isteria e l’ansia, cui sintomi e conseguenze sono un elevato desiderio sessuale, particolarmente nei confronti del proprio psicanalista?

L’amore sconfinato del protagonista maschile diventa “supponenza”… uno che ti sta vicino nella tua pazzia, un coniuge che ti ama e sopporta, e sebbene soffra anche lui ti dà modo di sfogarti eccetera? Me lo sposerei pure io!, però c’è da ammettere che nella versione in lingua italiana lui è effettivamente “serafico e spento” e lei è “melensa e lamentosa”.

Poi questa sparata del “angosciato contro le donne”, mi sembra di stare in pieno Positivismo, quando si diceva che il fatto che Leopardi ha studiato così tanto e ha scritto così bene è da individuare nelle sue menomazioni fisiche. Quindi riduciamo un gran film, un’opera d’arte, diciamolo pure, in un film misogino?

Parlare della misoginia è essere misogini? Rappresentarla è essere misogini? Non si può essere misogini? C’è qualcuno che se sei claustrofobico, se hai paura dei cani, o delle donne, può venire a contestartelo? E se, anche in senso liberatorio, ci fai un film, sei uno stronzo misogino? Ma è veramente un film sulla misoginia?, o voleva dire qualcosa di più profondo?

Quindi tutto questo film, che ora vado a spiegare (per lo meno come l’ho capito io), va ridotto allo sfogo di un imbecille?, alla mera volontà di provocare?

Ma per piacere!

Certo è difficile mantenersi distaccati, saper giudicare con distacco e onesta uno che ritiene di essere “il miglior regista di sempre” e di scrivere per diretta ispirazione divina… ma prendiamo lo in simpatia per questo, non odiamolo! Non facciamoci influenzare!

La tanna della volpe

La tanna della volpe

Ora, cominciamo dal fatto che è un film pittorico, che va avanti per simboli ed analogie, non per metafore e narrazione. Pittorico. Chi sono le fonti pittoriche, di chi i quadri? Io ho rinvenuto Bruegel (i morti accumulati nel bosco), Friederich (i tronchi verticali mi ricordano tanto il cimitero di F.), altri mi hanno suggerito Caravaggio, Gustave Dorè, qualunque quadro vi vennisse in mente vi prego di mettermelo nei commenti.

Qual è la differenza tra un simbolo e una metafora, e perché è tanto più profondo, toccante e difficile parlare per simboli?

Una metafora è per esempio, ne Il giardino segreto, far vedere che il bimbo che dalla sedia a rotelle inizia a fare i primi timidi passi è come l’agnellino appena nato che ancora non si regge sulle zampette. Si fa vedere il bambino, poi l’agnellino, e il gioco è fatto.

Per le metafore il contesto è fondamentale, le metafore sono relative. I simboli sono assoluti, hanno un legame profondo con gli oggetti a cui si riferiscono, affondano le loro radici negli archetipi comuni del genere umano.

Il film ha atmosfere e concetti vaghi ed indeterminati, ma proprio per questo fortissimi, perché con la forza del simbolo e delle analogie (rapporti fra simboli), ci comunica cose, anzi, ombre di cose, che la nostra mente recepisce, e ne è turbata.

Noi non siamo turbati perché la stronza si taglia il clitoride. Quello lo abbiamo già visto. Non siamo turbati perché gli mette la mola nella caviglia, siamo turbati per l’atmosfera, per il solletico continuamente fatto a porte del nostro cervello che di solito restano ben chiuse. Io per percepire tutta quell’arte ho dovuto aprire la mente nella speranza di recepirne almeno un grammo e, nella mia attenzione, si sono infilati i simboli, le analogie, eccetera.

La casa nella nebbia, a Eden

La casa nella nebbia, a Eden

La mia spiegazione del film

Antichrist comincia con un rallenty in bianco e nero di due storie incastrate con montaggio non lineare: lui e lei fanno sesso sfrenato sotto la doccia, intanto il loro figlioletto di un paio di anni esce dalla gabbietta, sale sul davanzale e precipita nella neve.

Intanto c’è una musica sublime che, in spregio dello stesso Dogma 95 di Trier, copre ogni rumore. E’ l’aria del Rinaldo, di George Friderich Handel, libretto di Giacomo Rossi, che canta in italiano “Lascia che io pianga la cruda sorte, e che sospiri la libertà!”

E’ una mise en abyme del film? Vuol dire che la libertà passa attraverso una cruda sorte?

“Qui non c’è dolore”, nota un gran critico. Il bimbo è felice, ha scoperto la libertà, precipita nella neve soffice con il pupazzetto. Il dolore non è del bimbo. The three beggars, i tre mendicanti vengono preannunciati:

Pain (dolore)

Grief (ansia)

Despair (disperazione)

Qui sono tre statuine che il bimbo fa cadere. Ci sono sempre stati. Erano nel destino, il destino era scritto. (Al posto di “i tre mendicanti”, io capivo sempre “i tremendi canti”!)

Chiavano

Chiavano

Atto PRIMO – “DOLORE”

Il bambino è morto. Lei non riesce ad elaborare il lutto. Pare che lei abbia dolore, e lui no. E’ la parte razionale e la parte selvaggia, l’apollineo ed il dionisiaco. E’ il dualismo di Dio.

Lei, scopriremo, può provare ed infliggere dolore. Lui no. Lui dovrà imparare a provare dolore (mentre lei uscirà dal trauma lui vi starà entrando – vedi le sue visioni – lui subirà dolore anche fisico) e ad infliggerne. L’apollineo dovrà sopprimere il dionisiaco accogliendolo in sé.

Ecco che a un tratto, mentre sono in ospedale, l’inquadratura, con grande shock del pubblico, abbandona gli esseri umani, i protagonisti ed inquadra un vaso di fiori, con dell’acqua sporca: s’avvicina, s’avvicina. Inquadra dei fiori, poi i loro gambi, poi più vicino, s’intravvedere un’ombra, forse satana, tante particelle in sospensione: è la Natura. La Natura che è tutto: è il grande ed il piccolo, è anche le particelle, è tutto.

Ecco un’inquadratura angosciante di tronchi verticali che tornerà per tutto il film. Ancora è la Natura.

Inizia la terapia: lui andando contro ogni regola convenzionale decide di farle da psicanalista, nonostante siano marito e moglie. Questo è un problema perché l’analista, per guarire il paziente, non deve violare il rapporto di fiducia che si già stenta a creare, e facendo sesso lo violerebbe. Ma lui immediatamente lo viola. La prima volta la ferma, ma lei è assatanata: vuole fare sesso. Lui cede.

Con inquadrature mosse, con telecamera a mano, alla Dogma 95, vediamo loro due sul letto che parlano. Lui disegna una piramide sul foglio: vuole fare una scala delle paure di lei. Cosa ti fa paura?, le chiede. Lei ci pensa a lungo. Il bosco. Dice. Lui, da buon terapeuta, non lo scrive in cima alla piramide, ma a metà. Le fa paura il bosco di una casa che hanno loro, una casa che chiamano sempre Eden, parlano di andare a Eden. Ecco che ritorna Dio e la Bibbia.

Atto SECONDO – “LA NATURA – IL CAOS REGNA”

Parlando ancora si delinea la paura di lei: lei ha paura della Natura, la Natura, come vuole la stessa Bibbia, il mondo e il luogo in cui Satana è stato confinato, e noi siamo sotto la sua signoria. (Al riguardo consiglio di leggere l’introvabile ed illuminante saggio Il diavolo di Papini).

Lui scrive nella piramide, sopra la parola “bosco”, la parola “Natura”.

Ma la Natura ricomprende anche la donna, che alle sue leggi è ben più sottoposta dell’uomo. Se la Natura è satana, anche la donna è satana.

Ecco che scopriamo che lei interpreta sé stessa in particolare e la donna in genere come agente attivo del dolore nella condizione dell’uomo sulla terra.

Lui va in soffitta e vede che lei stava studiando il gynocidio (non “geno-”, ossia studiava l’uccisione delle donne) all’epoca dell’inquisizione. E quindi vediamo pagine e pagine del Malleus Malleficarum (il libro che spiegava come uccidere le donne ritenute streghe, come far uscire le streghe allo scoperto, la cospirazione delle streghe, eccetera. All’epoca, nel 1500, il libro fu molto diffuso, tutti erano shockati dal fatto che donne ignoranti che non si erano mandate mica email, sotto tortura, dichiaravano tutte le stesse cose, gli stessi riti, lo stesso tipo di patto con satana. All’epoca la cosa era tremenda, pareva una prova dell’esistenza di satana stesso. Oggi siamo più inclini a pensare che, visti i metodi di interrogatorio (ossia di tortura), gli inquisitori praticamente costringevano le poverelle a dichiarare ciò che era scritto nel libro. Pertanto un interrogatorio a Londra era uguale ad uno a Tolosa, perché la cultura degli inquisitori era la stessa! Ma questo li terrorizzava e convinceva del loro operato! Assurdo!)… e scopriamo la cosa assurda: lei non le leggeva come gli orrori fatti dall’uomo contro la donna, ma come la giusta punizione meritata dalla donna, come la prova che la donna fosse cattiva, e quindi che lei stessa fosse cattiva. Fosse satana.

Lui scrive nella piramide, sopra la parola “Natura”, la parola “Satana”. Fanno sesso selvaggio e violento sotto un albero (per caso il biblico “Albero della vita” tanto caro a von Trier?, gli alberi nella Bibbia erano due, quello della conoscenza, della razionalità dunque, e quello della Vita).

Lalbero della vita

L'albero della vita

Scopriamo che lei sapeva fin dall’inizio che il bimbo sapeva aprire la gabbia e, peggio ancora, che durante l’amplesso lei lo vide!, vide che era uscito e saliva sul tavolo. E dunque: colpo di scena!, non è impazzita per il lutto: è sempre stata malvagia. Al punto che in assenza del marito aveva sempre messo al bimbo le scarpe al contrario, invertendole, al punto da deformargli i piedi. Era davvero malata. Ma nell’atmosfera nebbiosa e pericolosa di quel bosco non sembra una malattia della mente: sembra la manifestazione del male.

Lui va in ansia, e quindi il secondo mendicante prende anche lui. Si allontana ed entra in una baracca. Scrive, in cima alla piramide, “IO”. Ossia la donna ha paura di sé stessa. Guarda un secondo la sua piramide e cancella la parola “IO”, perché è evidente che lei si ritiene “Satana” e quindi sarebbe stato ridondante. Lei è Satana.

Ma ecco che lei lo aggredisce, gridando che lui vuole lasciarla… infatti la conoscenza vuole fare a meno del dionisiaco. Ecco che gli fa cose orribili: lo vuole sessualmente, poi durante l’amplesso gli fa battere la testa e lo fa svenire, poi lo colpisce con un grosso ceppo di legno sul pene in erezione, lui è svenuto e non si muove, gli salta addosso, lo masturba e lui spruzza sangue dal pene, poi lei va ad una mola che serve per affilare i coltelli e con una pesante chiave inglese smonta la ruota che sembra di pietra, con una spirale acuminata gli fa un buco nello stinco e vi ficca l’asse della ruota, poi riavvita il bullone in modo che lui abbia una ruota di pietra indissolubilmente attaccata allo stinco. Che cosa orribile, mai una cosa più orribile avevo visto. Lei, nuda, come pazza, cammina e va fuori dalla baracca, getta la chiave inglese sotto la casa (fatta a tipo palafitta) in un luogo due volte irraggiungibile: sia perché è difficile arrivarci sia perché lui, non avendo visto dove ha gettato la chiave inglese, non potrà mai ritrovarla. (Io penso tanto a Misery non deve morire, quando quella gli distrugge i piedi con un martellone!)

Lui si sveglia è capisce che è una cattiva giornata. Si trascina via, si nasconde nella tana della volpe che tanto li aveva spaventati fino ad allora… lei lo trova perché nella tana c’era la carcasso di un corvo che poi in realtà era vivo e comincia a gracchiare. Lei lo trova, in quella tana ce lo sotterra. Poi ha un ripensamento, lo esuma e lo trascina nella casa. Lì lei si taglia il clitoride: centro di piacere. Si depaupera del piacere. Si punisce perché nell’orgasmo aveva visto il figlioletto uscire dalla sua gabbietta e salire sul davanzale. Si punisce in una scena che ha fatto inorridire non poche donnine. Ma Dafoe e la Gainsbourg non si sono vergognati a cacciar fuori cazzo e figa in primo piano per così tanto tempo?

Lei ha un terrificante dialogo con una sé stessa che sta in piedi di fronte a lei.

Lui intanto sente il corvo, sta sotto la casa, con un gomito distrugge un asse del pavimento e lo vede, il corvo, eccolo là. Il corvo va via e sotto di lui: la chiave inglese. Lui si libera.

C’è da dire che in questi casi non fanno mai la cosa più ovvia. Io avrei fatta avvicinare lei, l’avrei strangolata e poi mi sarei liberato. Invece lui prende a liberarsi direttamente e le da modo di conficcargli un forbice nella schiena. Non contento lui se ne fotte e ricomincia a svitare. Si libera, la strangola. L’apollineo si è disfatto del dionisiaco, ha imparato a provocare dolore, il dualismo si è risolto. Le dà fuoco come si facveva con le streghe.

Ora ricomincia il bianco e nero, il rallenty ed il “lascia che io pianga”. Si medica come può e va via di lì, scendendo la collina, centinaia di donne dai voli oscurati come per la privacy salgono la collina e lui è circondato da loro e dalla Natura, ossia dal male, ma non ne è spaventato, perché il dualismo è risolto e ora anche lui è Natura, senza patirla.

Oddio, mi arrendo, non c’è davvero modo di spiegarvi il film, ho tralasciato mille cose, ho tralasciato la volpe, il daino ed il corvo che si assiepano intorno a lei come a una raffigurazione di satana, ho dimenticato tutto: andatevelo a vedere. E’ un film per pochi ma, per quei pochi, bellissimo.

PS: link utili: Wiliam Dafoe, Charlotte Gainsbourg (meritatissimo oscar a Cannes come miglior attrice), Lars von Trier (qui troverete anche le regole di Dogma 95)

PPS: obiezioni!: la volpe che parla mi ricorda troppo Labyrinth, mi ha fatto troppo ridere.

Perché il corvo prima gli rema contro, facendolo scoprire, e poi lo aiuta

Quali sono le fonti pittoriche?

Aiutatemi con i commenti.

NEW YORK DIARY

NEW YORK DIARY

NEW YORK DIARY

Di Joulie Doucet

Purple Press

www.purplepress.it

13,90 €

100 pgg.

La copertina, l’aspetto, il tutto è stato curato e impacchettato dalla Purple Press con una cura veramente notevole. Nonostante fosse un libro di fumetti underground il volume (ottavo numero della collana Radical Chic) trasuda eleganza da tutti i pori.

La prima pagina, di fronte alla vasta aletta della seconda di copertina, è un tombino di New York in bianco e nero. Non basta questo a darvi l’idea di quanto sia ben fatto?

La Doucet riesce a comunicare il disordine delle stanze, quasi gli odori di quelle camere di studenti, di quelle camere di persone in cerca di lavoro che hanno deciso di scommettere e lasciare la famiglia. Ragazzi che vivono in coppia in appartamenti minuscoli in periferia di New York, con tutte le loro ansie, con tutte le loro pazzie (che gli adolescenti conoscono molto bene) come quella ad esempio di voler parlare con la propria ex prima (o durante) il proprio suicidio, come quella di un vecchio che per qualche ragione a noi ignota in quell’ambiente è ritenuto un artista e invece non voleva altro che portarsi a letto una giovane, come quella di pensare che il primo rapporto sessuale sia qualcosa che cambia l’esistenza per sempre, una cosa da farsi, anche con un vecchio, pur di essere diversa. L’angoscia di condividere l’appartamento con una persona che non si ama più, e meno la si ama e meno le si presta attenzione, e meno le si presta attenzione e più quell’altro si dispera e diventa non amabile, così si rompe un rapporto che voleva essere eterno, tra una gomma pane e un caffè, tra un birra e un tavolino. L’incapacità di seguire continuativamente un’università e di stare al passo coi corsi, perché la vita è troppo densa e ci sono troppe cose da fare la prima volta che ci si trova lontani dalla propria famiglia in un appartamento tutto per sé.

La Doucet mi conferma che fumetto non significa realismo e che un disegno underground ti sa dire in un attimo un rossore sul viso, un disagio, e dire mille particolari che un disegno realistico non può che rifuggire, e quindi NON comunicarti.

Questo fumetto, letto quando non avevo tempo, letto mentre curavo “E il cagnolino rise” in onore di Fante, e aspettavo che il computer caricasse i font nuovi, letto insomma come SOSTA tra un duro lavoro e un altro, questo fumetto mi ha riconciliato con il lavoro stesso, con il tempo in cui andavo all’unversità e con il fumetto underground.

Bambole di carne

Edizioni ARCADIA – www.edizioniarcadia.com

48 pgg. – 6,00 €

Il titolo mi attraeva da morire, ma la copertina mi scacciava. Quella specie di vecchia che si vede (che poi si scopre essere un Milord che ama divertirsi coi bimbi “alla maniera degli antichi greci”), che fa da burattinaia a un maggiordomo del cavolo e a due bambole dagli occhi sgranati, con quel bimbo paffutello, vestito alla dandy, che fuggiva… Tutta questa roba mi aveva decisamente convinto che fosse un cattivo albo. Ma alla fine erano 6 euri soltanto, e Golden Distribution mi faceva pure il 30% di sconto e ho voluto seguire l’istinto.

Il retro copertina, ugualmente, non mi piaceva, perché nonostante quel bellissimo corvaccio che quasi rapisce un bambino in un frullare di penne, trovavo il testo troppo indistinguibile dallo sfondo. E il testo però diceva:

“Dimenticheremo tutto.

Faremo come se tutta la tristezza non fosse mai

esistita. Faremo finta di essere ancora bambini”

Ora, io sarei andato a capo alla parola “tristezza”, o a “esistita”, il grafico ha deciso di spezzare la frase a metà. Però la frase era bellissima, e non te l’aspetti in un libro disegnato con i “disegni carini” che dice Taccolini nell’introduzione. Oltre al titolo forse era l’unica frase, della copertina, fedele al contenuto del libro.

Poi diceva, il retro:

“Questa è la storia dei Cappuccetto Rosso che il

Cacciatore non ha mai salvato dalle grinfie del Lupo,

delle Alice mai tornate dal Paese delle Meraviglie, dei

Pollicino mai sfuggiti all’Orco;

bambini presi per mano e portati nel buio.”

Ora, questa mania di spezzare le frasi in punti improbabili che i grafici hanno (sono della stessa progenie, mi sa, di quei grafici che hanno deciso di abolire le regole della sillabazione italiana e vanno a capo nei modi più strambi!) non mi è mai andata giù.

La frase però pure è bellissima. Al che, dopo aver letto il fumetto – e visto che tale frase col fumetto centra ben poco –, devo suggerire assolutamente all’autrice Francesca Da Sacco di fare un fumetto sui Cappuccetto Rosso e i Pollicino mai sfuggiti, sarà bellissimo.

Ma ora, dopo aver esposto il male – e cioè che l’esterno non è fedele al contenuto, almeno secondo me –, passiamo all’interno, sorvolando su stronzate che nessuno nota, tipo che in seconda di copertina qualcuno ha avuto di mandare a capo la parola “personag-gi”, e mi domando che necessità ci fosse, di spezzare una parola! Forse un seguace di Ennio?, che disse cose come “cere- comminuiti -brum” ossia “cer- fracassa -vello”!? Purché siano scelte stilistiche consapevoli… tutto ok.

Ma ecco pagina 1: è già bellissima, vale già i sei euro. Un’ombra (che sa tanto di Fritz Lang o di Nosferatu) apre una porta e si staglia su bambini dagli occhi sgranati. Sgranati, ma di un tipo di paura che non so definire, non banale, un’illustrazione che va vista più che descritta.

Ecco che con un topolino che va sotto una carrozza in uno schizzo di sangue si apre una storia: una dichiarazione di poetica, quasi.

E la storia parla, con disegni gentili, adatti ad un pubblico di giovanissimissimi, di bambini che vivono tenuti in gabbie dalle suore che li sfamano in modo orribile e li vendono a ladri che gli insegnano il latrocinio per poi rivenderli a ricchi signori che ne fanno un uso pederasta.

In questo mondo è più facile rinunciare al cuore e metterlo in uno scrigno, piuttosto che portarselo nel petto, con le sue pulsanti proteste. Questo mi ricorda un passo di un libro che avevo scritto, Scazzimme II, dove il protagonista narrante riponeva il cuore in un cassetto, quasi involontariamente, tra delle asciugamani, e poi lo ritrovava involontariamente anni dopo, per caso, con lo stupore negli occhi di chi avesse trovato un rubino.

Ma… una suora voleva cucinare un bambino!! Bollito!? E la cosa la si vede… orribile… fighissimo!

I bimbi vivono in una gabbia nello scantinato delle suore… chi è più alto di un metro accede al piano di sopra. E loro pensano che la vita sia quella e sono tutti contenti se è il momento di salire sopra… ma sopra li aspetta solo di essere venduti come schiavetti. Io dico che questo concetto è stato ispirato dal film “The Island”. “Io dico che il ciuffo conta”, dice una suora, e il bimbo è tutto contento che il ciuffetto di capelli gli abbia fatto superare il fatidico metro!

Non capirò mai quel corvo nero perché diavolo va a dare fastidio al bimbo sul cornicione.

Il cuore putrefatto di Milord, conservato in una teca, mi ricorda tanto la rosa di “La bella e la bestia” o i dildo putrefatti e malati di Miguel Angel Martin.

Cmq, ecco che capiamo che quel bimbo mezzo dandy che correva in copertina, era stato agghindato solo per piacere al milord… e capiamo che quella burattinaia in copertina non è una vecchia ma un milord pederasta.

Insomma: nonostante la copertina è un fumetto bellissimo, che vi stupirà e vi farà del male. Sentirete il cuore pulsare prepotente, opponendosi a ciò che vedete e leggete. E’ possibile che da una storia tanto truce si senta rinascere nel petto una scintilla d’amore?