
La figlia di Iorio, tragedia
Una tragedia pastorale dove d’Annunzio cerca di dare il meglio di sé. Però di d’Annunzio noi apprezziamo non lo scipito teatro, bensì le poesie più sincere, meno superomistiche, più paniche, e i testi del periodo notturno.
La trama è semplice, ma si sa che in d’Annunzio la trama è pretesto, e questo lo apprezziamo.
Mila è la figlia di Iorio, uno stregone o qualcosa di simile. Non lo si dice mai ma pare faccia la zoccola. Il tutto è ambientato in un Abruzzo povero, vivace e sanguigno.
La tragedia si apre con una bellissima tradizione pastorale abruzzese nel momento delle nozze tra due giovani che si amano. Aligi e Vienda. La madre di Aligi si chiama Candia, ha in mano un pezzo di pane ancora da infornare, una piccola palla di farine impastata, insomma, e lo benedice:
“Carne mia viva, ti tocco la fronte
con questo pane di pura farina
intriso nella madia che ha cent’anni
nata prima di te, prima di me,
spianato sopra l’asse che ha cent’anni
da queste mani che t’hanno tenuto.
Io ti tocco la fronte che sia chiara,
ti tocco il petto che sia senz’affanni,
e questa spalla ti tocco e quest’altra
che ti reggan le braccia nella fatica
e la tua donna vi posi la gota.
E che Cristo ti parli e che tu l’oda”
La poesia di questi versi, la profondità, il richiamo fortissimo ad epoche lontane, a tradizioni infinite, alla bellezza e al benessere di una famiglia che impasta il pane sullo stesso asse da cent’anni, l’allitterazione dei “cent’anni”, l’augurio bellissimo di avere braccia forti al lavoro e una moglie che riposi sulla spalla, e dunque in una la tradizione centenaria, la preghiera, la fatica e i sentimenti, e poi Cristo, che parli, e un animo semplici che sappia ascoltare. E’ un preghiera bellissima. Tradizione tratta senz’altro dagli Usi e Costumi di De Nino, che ne parla esplicitamente, o dalle Tradizioni Popolari del Finamore.
Mila irrompe nella casa. Aligi se ne innamora. La turba dei contadini e dei pastori vuole entrare, abbrutita dal vino e dal calore, vuole violentarla. Anche il padre di Aligi, marito di Candia, sembra aver perso cognizione, così dicono, ma ora è lungi.
Il figlio, Aligi, sente oscuri presagi dentro di sé. E’ spaventato e non sa perché. La madre gli dice:
“Figlio, qual è la pena che t’accora?
Il sogno ìncubo forse ti fu sopra?
La tua parola è come quando annotta
e sul ciglio del fosso uno si siede
e non segue la via perché conosce
che arrivare non può dov’è il suo cuore,
quando annotta e l’avemaria non s’ode.”
Poi Candia parla anche alla sua futura moglie, e le dice, tra l’altro:
“Nuora, nuora, [...]
Fa’ crescere la casa d’abondanza
come il lièvito buono che ogni volta
fa traboccar la pasta dalla madia.
Portami pace e non portarmi guerra.“
Questa endiadi non è bellissima? In un clima di fosche paure immotivate sentirla dire tocca il cuore.
Nel clima delle tradizioni mi diverte la frase: “Passare lo voglio” – “Voler non è valore”! Ossia, di fronte a una persona che ti sbarra il passo dici: “voglio passare”, e lui risponde: “Il volere non è moneta.”
I pastori e i contadini, da fuori la casa, vogliono entrare, gridano. Dicono a Candia che suo marito Lazaro vuole Mila, la vuole possedere, già ha lottato per lei ed è stato ferito da una falce. Ora lei gli fa trovare Mila in casa! E dicono così:
“Or ti sei data a fornire
di mala carne tu stessa
il tuo uomo che se ne sazia?”
E in tre frasi ha detto una cosa fortissima, un’offesa e un’immagine di uomo rozzo e crudele che si pasce di prostituzione.
Altrove si usa l’avverbio “mo” che da noi campani significa correntemente “adesso”, “ora” e che già Dante uso nella Divina Commedia e che d’Annunzio usa addirittura raddoppiato, “mo mo”, che da noi vuol dire “subito.”
Poi Aligi, che si sente in colpa per aver fatto entrare Mila, dice alle sorelle:
“[...] tante croci farò con la mia lingua
quante sono le lacrime versate
dagli occhi vostri, e l’Angelo le conti
e il novero mi metta nel cuore.“
Quest’ultima frase la citerò per sempre, come a dire: quanto dolore t’ho causato, Dio me ne metta il conto nel cuore. E io, se posso, espierò.
Eccoci all’Atto secondo: Aligi è fuggito con Mila, sono in una grotta. Mila, risvegliata ai valori cristiani dall’amore di Aligi, è ora una donna pura. Non hanno fornicato.
“[...] stetti accesa come un cero
dinanzi alla tua fede e fui lucente
d’amore immacolato al tuo cospetto.”
Poi ecco una descrizione, per bocca di Aligi, di un suo stato d’animo di estraniamento, degno di un Sartre che guarda una radice d’albero ricurva:
“Io era come un uomo all’altra riva
d’una fiumana, che vede le cose
di là dall’acqua e tra mezzo passare
vede l’acqua, che passa eternamente.
[...] fu la domenica. Bevuto
io non avea papavero nel vino.
Tuttavia perché mai si grande sonno
mi venne sopra il cuore ismemorato?”
Altra bellissima frase: “e trascinare mi sembra / il mio cuore di quando era fanciullo.” (dove “era” sta ovviamente per “ero”.
Ecco come descrive l’amore, la comunione tra Aligi e Mila: “E non parlammo più, ché più non fummo / due. [...]“
Ed ecco ancora una scena d’amore. Ricordiamo che nell’Atto primo, prima d’innamorarsi, Aligi, aizzato dai presenti, aveva alzato la mano contro Mila, ma poi s’era fermato.
“Mila
Dammi la mano tua, ch’io te la baci.
E’ il sorso che concedo alla mia sete.
Aligi (appressandosi)
Mila, col tizzo io la volli bruciare.
E’ la mano trista che t’offese.
Mila
Non mi rammento. Io son la creatura
che trovasti seduta su la pietra,
che veniva chi sa da quali strade.
Aligi (appressandosi ancora)
Su la tua faccia il pianto non s’asciuga,
creatura. Una lacrima ti resta
nei cigli; trema, se parli; e non cade.
[...]
Mila
Camminare con te per monti e spiagge,
vorrei che questa fosse la mia sorte.
Aligi
O compagna, prepàrati al viaggio.
Lungo è il cammino, ma l’amore è forte.”
Poi lui deve momentaneamente allontanarsi e le chiede di tenere la lampada accesa, dal momento che è notte, affinché egli ritrovi il cammino. Ma la lampada si spegne! e lei dice:
“[...] che gli dirò?
Certo che, prima di vedere me, vede
che la làmpana è spenta. E se l’amore
non mi valse a tenerla accesa, Madre,
che mai varrà per lui quest’amor mio?”
I commentatori di questo passo hanno spesso e volentieri ignorato la parabola delle cinque spose del Vangelo.
Ma ecco che arriva Lazaro, padre di Aligi. Entra nella caverna, lui non c’è, vuole violentarla. Aligi arriva. Egli lo fa legare da due suoi amici. Aligi viene liberato dalla sorella che era andato a trovarlo, irrompe nella caverna e uccide il padre che stava per violarla.
Ecco l’Atto terzo: la popolazione vuole uccidere Aligi, l’ha incatenato, ma Mila si immola facendo finta di averlo sedotto con arti oscure e la popolazione si sfoga su di lei, uccidendola mentre Aligi grida “nooo!”
Ecco un’ultima selezione di bellissime frasi o, se non belle, almeno ad effetto:
“Sigillata è la tua bocca,
il tuo piede è catenato.
Lasci dietro a te la morte,
t’imbatti nel peccato!”
Degna di uno scapigliato, di un Praga, magari. Lui, conscio di ciò che ha fatto, non vuole chiamare più per nome le sue sorelle, non si ritiene degno:
“né più nominare m’è dato
i nomi che il battesimo v’impose,
che m’eran le mie foglie di menta
in bocca, le mie foglie odorose [...]“
Fine del mio commento e della mia selezione di versi.
Annunciata fin dal 1899 e promessa a teatri e ad attrici diverse, La figlia di Iorio vide la luce tra il 1903 e il 1905 e, per la sua semplicità e la sua musicalità, per la quasi assenza del tema superomistico che tanto nocque alla produzione di Gabriele. Fu il primo successo congiunto di pubblico e critica. D’Annunzio quando la misero in scena si fece come al suo solito una passeggiata fuori dal teatro, al suo ritorno s’aspettava un fiasco, ma era tranquillo, ci fu un silenzio glaciale tra primo e secondo atto, ma subito dopo uno scrosciare di applausi fece quasi svenire gli attori. Uno si fece persino male. Al suo ingresso in teatro, alla fine, fu accolto da trionfatore.
Saccheggiato il Tommaseo e la Bibbia, nonché il De Nino e il Finamore, d’Annunzio si ispira ad alcune opere francesi contemporanee. Fu un casino tradurre tale musicalità in francese, e ciò portò ai primi litigi con Hérelle, il suo traduttore di romanzi di fiducia, che non era ingrado di “rompere il ritmo” di proposti come egli aveva fatto spezzando i versi e alternando il metro. Una querelle con Hérelle, insomma.
Con questa tragedia e col romanzo Il Fuoco, che presto recensirò, finì il sodalizio artistico-sentimentale con Eleonora Duse. Gabriele non volle credere, fece finta, alla sua malattia e le rese praticamente impossibile recitare: la mise in condizione di rinunciarvi. Sostituita da un’altra attrice: Irma Gramatica.
Il testo conobbe molte prese in giro, ricordo: “La figlia del figlio della Figlia di Iorio, più che tragedia di Daniele Gabrinunzio.”, libello in 16 pagine che veniva venduto per vero all’ingresso nei teatri, come sceneggiatura originale. Nonché “Il figlio di Iorio – favola presepiana, parodia”, di Edoardo Scarpetta. D’Annunzio all’inizio aveva detto che avrebbe concesso l’autorizzazione a parodiare, poi la negò. Scarpetta disse che era un diritto dell’umanità poter fare parodie e che si era sempre fatto.
La questione si basava sul fatto che d’Annunzio riteneva di poter sfruttare commercialmente l’opera, anche a distanza di anni dalla sua prima rappresentazione, e riteneva che una parodia avrebbe nuociuto al suo commercio. Scarpetta aggiungeva che altri “grandi”, come Puccini, dopo le sue parodie andavano in camerino a complimentarsi, e soltanto Gabriele si opponeva.
Si andò in tribunale, tra i difensori di d’Annunzio: Salvatore di Giacomo. Tra quelli di scarpetta: Benedetto Croce. Che sfida!
Di Giacomo asseriva che il valore dell’opera (della parodia) era nullo.
Croce rispose che se si era andati in tribunale per punire le opere di poco valore artistico allora si sarebbe dovuto punire il 90% degli scrittori contemporanei, ma non era quello il punto della questione. “Lo Scarpetta dovrebbe essere condannato, se avesse commesso una contraffazione; il che non è. Ma non può essere condannato per aver dato al pubblico un’opera sbagliata. [...] se si dovesse condannare giudizialmente gli autori di opere sbagliate, troppo gran lavoro avrebbero i tribunali.”
Scarpetta fu assolto, ma la sua parodia fu un fiasco!
Cmq, anche chi odia d’Annunzio, o chi, come me, lo guarda circospetto, non può non apprezzare molti e molti passi de “La figlia di Iorio”: