Archive for the ‘Libri’ Category

marz_silhouette

Clicka per vedere il libro

In occasione del Fumettour, il nostro Janfranco ospite allo stand “Tespi – Nicola Pesce Editore” al Centro Sociale Salerno Solidale SABATO 3 OTTOBRE dalle 17.30 alle 18.30, per il suo nuovo libro “QUEST’ESTATE FORSE NON VADO AL MARE” .

Qui trovate l’indirizzo per comperare il libro on-line.

Qui trovate l’indirizzo del suo blog.

Qui trovate il sito del Fumettour (e qui la pagina con la mappa per arrivare).

Sennò cercate “via guido vestuti” su Google Maps.

A presto! E ricordate di non dargli troppo a parlare se non volete essere feriti nel vostro intimo!

E soprattutto ricardatevi di non mangiare le cose cadute per terra!

Malinconia, di Durer

Malinconia, di Durer

Arte.

Ci pensavo ieri passeggiando. Ero molto triste perché uno nella vita vorrebbe avere a che fare soltanto con numeri certi. Atteggiandomi a poeta, invidiavo i centometristi, cui non c’è obiezione si possa muovere, se hanno corso i 100 metri in 9,69 secondi.

Nella poesia, nella scrittura, nel fumetto, nel cinema, eccetera, questa precisione analogica non c’è. Si fanno anzi errori di parallasse di infiniti gradi.

Arte per me, se ci penso come un cafone, se dovessi rispondere in un secondo, direi: ciò che mi colpisce.

Ma io potrei essere colpito da un’opera anche soltanto a causa della mia ignoranza. Potrei sentirmi colpito e credere di sentir dire oggi, per la prima volta “rinnega tuo padre, perché sei tu romeo!” oppure “e dall’inganno sua vita riceve”.

Dunque mi deve colpire, ma deve innestarsi in una tradizione. Deve quindi non soggiacere con la tradizione, ma lottarci, violentarla ma, per Dio!, deve tenerla presente!, l’ignoranza non vale a nulla. L’ignorante non è più artista, oggi, nel 2009. Ammenocché non sia un ignorante di sensibilità così fine da percepire dentro sé tutti i flussi del mondo così come il surfista non si getta sulle onde che già vede ma intuisce quelle che stanno per formarsi ed è il primo ad alzarcisi su.

Dunque, deve colpirmi, innestandosi in una tradizione e innovandola (ossia, perpetuandola).

Nelle arti più antiche, come la poesia o la scrittura in genere, ritengo non sia ammesso non avere presente almeno gli ultimi mille anni di letterattura.

Si può iniziare a scrivere, come è capitato a me, certi della propria incommensurabile ignoranza, e continuare a studiare la tradizione. Non si può arrivare a quarant’anni senza sapere il passato.

Ci sono due tipi di ignoranza: quella socratica e quella presuntuosa. Io voglio avere un’ignoranza socratica, ossia sapere di non sapere, per quanto io mi sforzi di sapere, come l’Achille che un Zenone che non poteva conoscere il principio dell’accelerazione, ma che conosceva soltanto quello della velocità, ha condannato nelle nostre menti a inseguire in eterno quella povera tartaruga.

Invece vedo il mondo percorso da ragazzini che si vantano della propria presunzione, si vantano di scrivere poesie come capita, ma senza sapere una virgola di metri e tradizioni. La vostra, amici miei, è soltanto una generazione di Maria de Filippi.

La figlia di Iorio, tragedia

La figlia di Iorio, tragedia

Una tragedia pastorale dove d’Annunzio cerca di dare il meglio di sé. Però di d’Annunzio noi apprezziamo non lo scipito teatro, bensì le poesie più sincere, meno superomistiche, più paniche, e i testi del periodo notturno.

La trama è semplice, ma si sa che in d’Annunzio la trama è pretesto, e questo lo apprezziamo.

Mila è la figlia di Iorio, uno stregone o qualcosa di simile. Non lo si dice mai ma pare faccia la zoccola. Il tutto è ambientato in un Abruzzo povero, vivace e sanguigno.

La tragedia si apre con una bellissima tradizione pastorale abruzzese nel momento delle nozze tra due giovani che si amano. Aligi e Vienda. La madre di Aligi si chiama Candia, ha in mano un pezzo di pane ancora da infornare, una piccola palla di farine impastata, insomma, e lo benedice:

“Carne mia viva, ti tocco la fronte

con questo pane di pura farina

intriso nella madia che ha cent’anni

nata prima di te, prima di me,

spianato sopra l’asse che ha cent’anni

da queste mani che t’hanno tenuto.

Io ti tocco la fronte che sia chiara,

ti tocco il petto che sia senz’affanni,

e questa spalla ti tocco e quest’altra

che ti reggan le braccia nella fatica

e la tua donna vi posi la gota.

E che Cristo ti parli e che tu l’oda”

La poesia di questi versi, la profondità, il richiamo fortissimo ad epoche lontane, a tradizioni infinite, alla bellezza e al benessere di una famiglia che impasta il pane sullo stesso asse da cent’anni, l’allitterazione dei “cent’anni”, l’augurio bellissimo di avere braccia forti al lavoro e una moglie che riposi sulla spalla, e dunque in una la tradizione centenaria, la preghiera, la fatica e i sentimenti, e poi Cristo, che parli, e un animo semplici che sappia ascoltare. E’ un preghiera bellissima. Tradizione tratta senz’altro dagli Usi e Costumi di De Nino, che ne parla esplicitamente, o dalle Tradizioni Popolari del Finamore.

Mila irrompe nella casa. Aligi se ne innamora. La turba dei contadini e dei pastori vuole entrare, abbrutita dal vino e dal calore, vuole violentarla. Anche il padre di Aligi, marito di Candia, sembra aver perso cognizione, così dicono, ma ora è lungi.

Il figlio, Aligi, sente oscuri presagi dentro di sé. E’ spaventato e non sa perché. La madre gli dice:

“Figlio, qual è la pena che t’accora?

Il sogno ìncubo forse ti fu sopra?

La tua parola è come quando annotta

e sul ciglio del fosso uno si siede

e non segue la via perché conosce

che arrivare non può dov’è il suo cuore,

quando annotta e l’avemaria non s’ode.”

Poi Candia parla anche alla sua futura moglie, e le dice, tra l’altro:

“Nuora, nuora, [...]

Fa’ crescere la casa d’abondanza

come il lièvito buono che ogni volta

fa traboccar la pasta dalla madia.

Portami pace e non portarmi guerra.

Questa endiadi non è bellissima? In un clima di fosche paure immotivate sentirla dire tocca il cuore.

Nel clima delle tradizioni mi diverte la frase: “Passare lo voglio” – “Voler non è valore”! Ossia, di fronte a una persona che ti sbarra il passo dici: “voglio passare”, e lui risponde: “Il volere non è moneta.”

I pastori e i contadini, da fuori la casa, vogliono entrare, gridano. Dicono a Candia che suo marito Lazaro vuole Mila, la vuole possedere, già ha lottato per lei ed è stato ferito da una falce. Ora lei gli fa trovare Mila in casa! E dicono così:

“Or ti sei data a fornire

di mala carne tu stessa

il tuo uomo che se ne sazia?”

E in tre frasi ha detto una cosa fortissima, un’offesa e un’immagine di uomo rozzo e crudele che si pasce di prostituzione.

Altrove si usa l’avverbio “mo” che da noi campani significa correntemente “adesso”, “ora” e che già Dante uso nella Divina Commedia e che d’Annunzio usa addirittura raddoppiato, “mo mo”, che da noi vuol dire “subito.”

Poi Aligi, che si sente in colpa per aver fatto entrare Mila, dice alle sorelle:

“[...] tante croci farò con la mia lingua

quante sono le lacrime versate

dagli occhi vostri, e l’Angelo le conti

e il novero mi metta nel cuore.

Quest’ultima frase la citerò per sempre, come a dire: quanto dolore t’ho causato, Dio me ne metta il conto nel cuore. E io, se posso, espierò.

Eccoci all’Atto secondo: Aligi è fuggito con Mila, sono in una grotta. Mila, risvegliata ai valori cristiani dall’amore di Aligi, è ora una donna pura. Non hanno fornicato.

“[...] stetti accesa come un cero

dinanzi alla tua fede e fui lucente

d’amore immacolato al tuo cospetto.”

Poi ecco una descrizione, per bocca di Aligi, di un suo stato d’animo di estraniamento, degno di un Sartre che guarda una radice d’albero ricurva:

Io era come un uomo all’altra riva

d’una fiumana, che vede le cose

di là dall’acqua e tra mezzo passare

vede l’acqua, che passa eternamente.

[...] fu la domenica. Bevuto

io non avea papavero nel vino.

Tuttavia perché mai si grande sonno

mi venne sopra il cuore ismemorato?”

Altra bellissima frase: “e trascinare mi sembra / il mio cuore di quando era fanciullo.” (dove “era” sta ovviamente per “ero”.

Ecco come descrive l’amore, la comunione tra Aligi e Mila: “E non parlammo più, ché più non fummo / due. [...]“

Ed ecco ancora una scena d’amore. Ricordiamo che nell’Atto primo, prima d’innamorarsi, Aligi, aizzato dai presenti, aveva alzato la mano contro Mila, ma poi s’era fermato.

Mila

Dammi la mano tua, ch’io te la baci.

E’ il sorso che concedo alla mia sete.

Aligi (appressandosi)

Mila, col tizzo io la volli bruciare.

E’ la mano trista che t’offese.

Mila

Non mi rammento. Io son la creatura

che trovasti seduta su la pietra,

che veniva chi sa da quali strade.

Aligi (appressandosi ancora)

Su la tua faccia il pianto non s’asciuga,

creatura. Una lacrima ti resta

nei cigli; trema, se parli; e non cade.

[...]

Mila

Camminare con te per monti e spiagge,

vorrei che questa fosse la mia sorte.

Aligi

O compagna, prepàrati al viaggio.

Lungo è il cammino, ma l’amore è forte.”

Poi lui deve momentaneamente allontanarsi e le chiede di tenere la lampada accesa, dal momento che è notte, affinché egli ritrovi il cammino. Ma la lampada si spegne! e lei dice:

“[...] che gli dirò?

Certo che, prima di vedere me, vede

che la làmpana è spenta. E se l’amore

non mi valse a tenerla accesa, Madre,

che mai varrà per lui quest’amor mio?”

I commentatori di questo passo hanno spesso e volentieri ignorato la parabola delle cinque spose del Vangelo.

Ma ecco che arriva Lazaro, padre di Aligi. Entra nella caverna, lui non c’è, vuole violentarla. Aligi arriva. Egli lo fa legare da due suoi amici. Aligi viene liberato dalla sorella che era andato a trovarlo, irrompe nella caverna e uccide il padre che stava per violarla.

Ecco l’Atto terzo: la popolazione vuole uccidere Aligi, l’ha incatenato, ma Mila si immola facendo finta di averlo sedotto con arti oscure e la popolazione si sfoga su di lei, uccidendola mentre Aligi grida “nooo!”

Ecco un’ultima selezione di bellissime frasi o, se non belle, almeno ad effetto:

“Sigillata è la tua bocca,

il tuo piede è catenato.

Lasci dietro a te la morte,

t’imbatti nel peccato!”

Degna di uno scapigliato, di un Praga, magari. Lui, conscio di ciò che ha fatto, non vuole chiamare più per nome le sue sorelle, non si ritiene degno:

“né più nominare m’è dato

i nomi che il battesimo v’impose,

che m’eran le mie foglie di menta

in bocca, le mie foglie odorose [...]“

Fine del mio commento e della mia selezione di versi.

Annunciata fin dal 1899 e promessa a teatri e ad attrici diverse, La figlia di Iorio vide la luce tra il 1903 e il 1905 e, per la sua semplicità e la sua musicalità, per la quasi assenza del tema superomistico che tanto nocque alla produzione di Gabriele. Fu il primo successo congiunto di pubblico e critica. D’Annunzio quando la misero in scena si fece come al suo solito una passeggiata fuori dal teatro, al suo ritorno s’aspettava un fiasco, ma era tranquillo, ci fu un silenzio glaciale tra primo e secondo atto, ma subito dopo uno scrosciare di applausi fece quasi svenire gli attori. Uno si fece persino male. Al suo ingresso in teatro, alla fine, fu accolto da trionfatore.

Saccheggiato il Tommaseo e la Bibbia, nonché il De Nino e il Finamore, d’Annunzio si ispira ad alcune opere francesi contemporanee. Fu un casino tradurre tale musicalità in francese, e ciò portò ai primi litigi con Hérelle, il suo traduttore di romanzi di fiducia, che non era ingrado di “rompere il ritmo” di proposti come egli aveva fatto spezzando i versi e alternando il metro. Una querelle con Hérelle, insomma.

Con questa tragedia e col romanzo Il Fuoco, che presto recensirò, finì il sodalizio artistico-sentimentale con Eleonora Duse. Gabriele non volle credere, fece finta, alla sua malattia e le rese praticamente impossibile recitare: la mise in condizione di rinunciarvi. Sostituita da un’altra attrice: Irma Gramatica.

Il testo conobbe molte prese in giro, ricordo: “La figlia del figlio della Figlia di Iorio, più che tragedia di Daniele Gabrinunzio.”, libello in 16 pagine che veniva venduto per vero all’ingresso nei teatri, come sceneggiatura originale. Nonché “Il figlio di Iorio – favola presepiana, parodia”, di Edoardo Scarpetta. D’Annunzio all’inizio aveva detto che avrebbe concesso l’autorizzazione a parodiare, poi la negò. Scarpetta disse che era un diritto dell’umanità poter fare parodie e che si era sempre fatto.

La questione si basava sul fatto che d’Annunzio riteneva di poter sfruttare commercialmente l’opera, anche a distanza di anni dalla sua prima rappresentazione, e riteneva che una parodia avrebbe nuociuto al suo commercio. Scarpetta aggiungeva che altri “grandi”, come Puccini, dopo le sue parodie andavano in camerino a complimentarsi, e soltanto Gabriele si opponeva.

Si andò in tribunale, tra i difensori di d’Annunzio: Salvatore di Giacomo. Tra quelli di scarpetta: Benedetto Croce. Che sfida!

Di Giacomo asseriva che il valore dell’opera (della parodia) era nullo.

Croce rispose che se si era andati in tribunale per punire le opere di poco valore artistico allora si sarebbe dovuto punire il 90% degli scrittori contemporanei, ma non era quello il punto della questione. “Lo Scarpetta dovrebbe essere condannato, se avesse commesso una contraffazione; il che non è. Ma non può essere condannato per aver dato al pubblico un’opera sbagliata. [...] se si dovesse condannare giudizialmente gli autori di opere sbagliate, troppo gran lavoro avrebbero i tribunali.”

Scarpetta fu assolto, ma la sua parodia fu un fiasco!

Cmq, anche chi odia d’Annunzio, o chi, come me, lo guarda circospetto, non può non apprezzare molti e molti passi de “La figlia di Iorio”:

Nei prossimi giorni, forse anche oggi, parleremo de “Il cagnolino rise” e degli autori che ne hanno fatto parte, pubblicandone estratti, eccetera.
POST n.1 di febbraio 2009
La copertina very very provvisoria

La copertina very very provvisoria

Alla luce della maxi antologia col meglio degli scrittori italiani e con contributi di Fernanda Pivano e Lawrence Ferlinghetti, ecco che ne penso, brevissimamente e senza pretese, quasi en passant, dei libri di Fante. Se sei uno scrittore e ti piace Fante, puoi esserci anche tu, vai qui.

Nei prossimi giorni su questo blog, evoluzioni sull’antologia “E il cagnolino rise”

Le seguenti recensioni vanno lette tenendo presente che le avevo scritte per me stesso e ora le pubblico nel blog. Suoneranno presuntuose, suonerà che non mi faccio mai i cazzi miei e mi metto sempre in mezzo ma, sottolineo, erano per il mio uso personale.

LA STRADA PER LOS ANGELES, di John Fante
E’ incredibile quanto questo primo libro di Fante si avvicini a Svevo. Non credo vi sia stata affatto la possibilità di conoscerne gli scritti, dal momento che Svevo fu apprezzato in patria molto tempo dopo, figuriamoci in America.
Svevo è più riflessivo, meno scorrevole (non è un demerito). Fante ha la triste allegria dell’immigrato. Il suo personaggio Arturo Bandini è in quel tal modo perché è giovane, giovanissimo, non perché sia nevrotico. Ma alla fine giunge a strappare un bottone della sua camicia, quello vicino al collo, perché non sa se tenerlo abbottonato o sbottonato. Ritorna mille volte sui suoi passi.
Il suo rapporto con la sorella Mona è conflittuale, ma lui non alza le mani finché lei per la prima volta non mostra paura. Soltanto quando, per le prima volta, lei ha uno sguardo spaventato lui la colpisce, non prima. Fante deve averci pensato a lungo, è entrato molto addentro la psicologia di questo personaggio: la mostrano gli eventi, non le parole.
Notevole come riesca a passare, Fante, dalla prima alla terza persona in men che non si dica, proiettando fuori di sé sé stesso, parlando di sé come d’un altro, allo stesso modo in cui io avevo fatto nel mio Scazzimme II (effettivamente quasi un secolo dopo!, né voglio essere io lo scopritore del tema del doppio, figuriamoci!!) e nello stesso modo in cui avevo fatto nel Fiato di Edith, ma lui lo fa di continuo, con leggerezza, assumendo talora la voce del passante, del poliziotto, di quello che è, storcendo la realtà di continuo.

ASPETTA PRIMAVERA, BANDINI, di John Fante
Forse il primo capitolo è una delle cose meglio scritte che io abbia mai letto. Non dico “più belle”, perché vi percepisco molto mestiere, ma è un gran mestiere ed è un capitolo che andrebbe studiato a scuola.
Tale primo capitolo è quanto di più vicino io abbia trovato (dopo forse soltanto Manzoni in alcuni passi dei Promessi Sposi) allo stile che io sto cercando per Scazzimme II e III: lunghi capitoli, molte virgole, cambio di prospettive a ogni frase, approfondimenti e insuperficialimenti istantanei, condurre il lettore in una piacevole e spiazzante odissea in ogni singolo periodo.
Ho notato un attimo di goffaggine, stavolta, nei passaggi dalla prima alla terza persona, quasi ci avesse perso la mano. Ma riesce a passare dal pensiero interiore, quasi dal flusso di un personaggio a quello di un altro in un attimo, senza nessuna introduzione o spiegazione. Lo stile continua ad essere ironico, ironico quando il protagonista del brano è Arturo, quando invece è Svevo (mio Dio, il padre di Arturo si chiama Svevo!?, e io che lo avevo paragonato a Italo Svevo, prima) il testo si fa più serio, più doloroso.
La fine è piuttosto plateale, quasi un americanata, ma è comunque bella. Un romanzo che non è concepibile perdere.

CHIEDI ALLA POLVERE, di John Fante
Non sono capace di scrivere una recensione. L’ho letto ormai tre volte e mi annoierei da solo. Rileggerlo è stato diverso. Stavolta dopo aver letto i primi due romanzi della saga su Bandini. Quante piccole frasi che io avevo giudicato buttate lì, stavolta risultano invece il naturale prosieguo di quanto detto prima.
Anche il personaggio, Arturo Bandini, arricchito da tutto quel passato di due romanzi, risulta profondo. Invece quando l’avevo letto per la prima volta – sebbene mi fosse piaciuto molto – c’è da dire che mi aveva più divertito che fatto riflettere.

Chi mi scrivesse una bella recensione breve de “I sogni di Bunker Hill” gliela pubblico.