NEW YORK DIARY
Di Joulie Doucet
Purple Press
13,90 €
100 pgg.
La copertina, l’aspetto, il tutto è stato curato e impacchettato dalla Purple Press con una cura veramente notevole. Nonostante fosse un libro di fumetti underground il volume (ottavo numero della collana Radical Chic) trasuda eleganza da tutti i pori.
La prima pagina, di fronte alla vasta aletta della seconda di copertina, è un tombino di New York in bianco e nero. Non basta questo a darvi l’idea di quanto sia ben fatto?
La Doucet riesce a comunicare il disordine delle stanze, quasi gli odori di quelle camere di studenti, di quelle camere di persone in cerca di lavoro che hanno deciso di scommettere e lasciare la famiglia. Ragazzi che vivono in coppia in appartamenti minuscoli in periferia di New York, con tutte le loro ansie, con tutte le loro pazzie (che gli adolescenti conoscono molto bene) come quella ad esempio di voler parlare con la propria ex prima (o durante) il proprio suicidio, come quella di un vecchio che per qualche ragione a noi ignota in quell’ambiente è ritenuto un artista e invece non voleva altro che portarsi a letto una giovane, come quella di pensare che il primo rapporto sessuale sia qualcosa che cambia l’esistenza per sempre, una cosa da farsi, anche con un vecchio, pur di essere diversa. L’angoscia di condividere l’appartamento con una persona che non si ama più, e meno la si ama e meno le si presta attenzione, e meno le si presta attenzione e più quell’altro si dispera e diventa non amabile, così si rompe un rapporto che voleva essere eterno, tra una gomma pane e un caffè, tra un birra e un tavolino. L’incapacità di seguire continuativamente un’università e di stare al passo coi corsi, perché la vita è troppo densa e ci sono troppe cose da fare la prima volta che ci si trova lontani dalla propria famiglia in un appartamento tutto per sé.
La Doucet mi conferma che fumetto non significa realismo e che un disegno underground ti sa dire in un attimo un rossore sul viso, un disagio, e dire mille particolari che un disegno realistico non può che rifuggire, e quindi NON comunicarti.
Questo fumetto, letto quando non avevo tempo, letto mentre curavo “E il cagnolino rise” in onore di Fante, e aspettavo che il computer caricasse i font nuovi, letto insomma come SOSTA tra un duro lavoro e un altro, questo fumetto mi ha riconciliato con il lavoro stesso, con il tempo in cui andavo all’unversità e con il fumetto underground.
