Archive for the ‘Fumetto’ Category

Un gran fumetto, un gran personaggio

Un gran fumetto, un gran personaggio

Ero alla fiera di Narni, dietro allo stand Golden Distribution, e scambiavo un paio di parole con Giuseppe Palmentieri (il responsabile della distribuzione, ndr), quando ho cominciato a sfogliare alcuni fumetti e due in particolare hanno attirato la mia attenzione, entrambi della QPress.

Blotch, “Il re di Parigi”, di Blutch

Blotch, “Di fronte al proprio destino”, di Blutch

Blotch è un personaggio connotato in maniera assolutamente negativa. Sotto le vesti di un elegante francese grassoccio e ben pensante, con un passato da accademia dell’arte e un presente da “rinomato” vignettista di prima pagina della rivista nazionale Fluide Glacial, questo signore nasconde proprio quello che – smaliziati come siamo oggi – ci si aspetterebbe: non capisce un’acca di arte, è presuntuoso, razzista, sfrutta e maltratta la propria donna, in continua competizione con i suoi colleghi, gioca sporco, rode d’invidia, fa male a vedersi.

E’ un fumetto appunto che fa male. Il tratto dell’autore, quasi omonimo, è sottile e salta da un’eleganza di altri tempi a un underground puro, il tutto nello stesso disegno. Così due occhi altezzosi sanno diventare due vortici deformati dal dolore. Ma quel che più colpisce è una sceneggiatura forte, che scandisce il personaggio per episodi di 5-6 pagine ciascuno, in qualche modo collegati fra loro.

Alcuni episodi sono più ironici, altri più dolenti, altri ancora sono tocchi d’arte che hanno a che vedere con la fralezza della vita e della bellezza dell’uomo e della donna, sono colpi al cuore particolarmente intensi. Come quando, mentre Blotch passeggia per strada con al fianco la ragazza bruttina che è la sua nuova fiamma, viene apostrofato da una vecchia, che lo chiama per nome, lo ricorda. E gli dice: “Sono Ninì”, e mostra le sue orribili grazie grinzose. Lui ricorda allora come le andava dietro, e quando posò per lui nuda, eccetera, quanto l’amava. E lei gli diceva che la sua bellezza sarebbe sfiorita e lui l’avrebbe sostituita con un’altra, e Blotch, allora magro, giovane e capelluto, rispondeva idealmente: “Ti amerò per sempre!” e da lì ci si precipita nel presente, con quella vecchia cui lui getta una moneta e si allontana… Non manca un tocco finale di ironia: al tavolo Blotch dice a un amico: “Era Ninì”, e l’amico: “Ti lasciò per un cubista!!”

Comprate!!

www.goldendistribution.it

La copertina

La copertina

SELF SERVICE

Di Ferrandino, Brindisi, Liotti, Venturi, Conforti

Edizioni ARCADIA

www.edizioniarcadia.com

6,00 €

48 pgg.

Partiamo, come sempre, dalla copertina: in prima di copertina c’è sto tizio che si taglia l’alluce con una formice da pota (che non so per quale motivo possiede, dal momento che è un medico), ha un’espressione assatanata, è Osvaldo. Non vi fa ridere, non vi va già di comprarlo? E se vi dico che se lo taglia perché se lo vuole mangiare? Ma andiamo per gradi.

La “o” della firma “Nardo” in prima di copertina mi sembra troppo vicina alla gamba di lui. La “f” di “Ferrandino” mi sembra troppo vicina al bordo del libro. Il titolo è invece vergato molto molto bene. Magari avrei preso la testa di lui un po’ più nettamente, ma è una gran bella copertina: indubbiamente attira l’attenzione. Peccato quel “€ 6,00” di un bianco senza ombre messo in un punto difficilmente rintracciabile e un po’ confuso tra il tratto che è il polpaccio di lui.

Il retro, ossia la quarta di copertina, porta la scritta “edizioni arcadia preseNta:”, forse quella “N” maiuscola è una scelta volontaria. Non posso dire che sia brutta. E cosa presenta? Presenta il volume “Ford & Ravenstock”, ma la copertina è tutta sgranata!! Perché mettere in quarta di copertina una immagine poco definita!?

Passando all’interno, trovo la seconda di copertina molto “arronzata”, raffazzonata, evidentemente non fatta da un grafico, ma da qualcuno che – al meglio delle sue possibilità – ha messo un font “comic sans” un po’ dappertutto. In tal modo tutto è poco gradevole e la simpatica prefazione di Brindisi sembra ardua da leggere. Ma… sulla sinistra… cos’è quello? Hanno tranciato la seconda “a” di “Arcadia”!?? Perché!?

Una terza di copertina inguardabile.

Pagina 2 mi sembra un po’ superflua: spiega quasi ciò che succederà nel volume… beh, l’ho comperato per leggerlo, giusto? Del resto è bello che inizi con una definizione di vocabolario che spiega cosa significa “Perfetto”. Infatti Osvaldo si crede perfetto. “Questa è la gente… E questo è Osvaldo.” Il fumetto appoggia con una gran bella palinodia il punto di vista di Osvaldo. Cioè, se non fosse che a Osvaldo a un certo punto viene la folle idea di mangiarsi – dal momento che lui schifa tutto il mondo, che è sporco e imperfetto, ad eccezione di sé stesso, che è perfetto – se non fosse che a Osvaldo viene tale folle idea, il lettore avrebbe anche potuto pensare che lo sceneggiatore fosse un pazzo egocentrico. Invece è una palinodia: appoggiare il punto di vista di Osvaldo è l’ideale per portare all’estremo stupore il lettore.

A pagina 3 leggo sullo sfondo un negozio con insegna “Uccelleria Gallo”… ahah! Che significa!? Seguito da Macelleria “Vacca Carlo” (hai anticipato il cantante Federico Salvatore, che ha scritto una canzone sulla “Vacca-Carla”!), nonché un giornale che annuncia “Gullit vende le treccine”!… Gullit, che nostalgia! Quanto tempo fa!

Osvaldo fa molto Roger Moore in “L’uomo che uccise se stesso”… un momento: ma anche questo uccide sé stesso!

Ci sono più puntate nel volume: nella prima, egregiamente disegnata da Bruno Brindisi, per la sceneggiatura di Ferrandino, vediamo lui che decide di mangiarsi un alluce: è una scena ALLUCINANTE. Cioè, a parte gli scherzi, credevo non solo di avere lo stomaco duro, ma credevo di aver perseguito l’indurimento di tutto me, di aver frequentato cimiteri e libri horror, musei nazisti eccetera, ma vedere un tizio che si fa una siringa nell’alluce, se lo taglia, cucina e mangia mi ha scosso. Poi si mangia il piede!!! Poi a colpi di scalpello nel femoreeee!!!! Insostenibile!!!

Poi si accorge che sta andando a male e… Ma comperatevi il fumetto, scrocconi!!

Nella seconda storia, sceneggiata sempre da Ferrandino ma disegnata da Liotti, vediamo ancora simili avventure: ridotto a un tronco umano, Osvaldo continua ad autodistruggersi. Si raggiunge un clou che io non credevo superabile. Almeno finché non ho continuato.

Ma ecco la terza storia (Ferrandino-Venturi), Osvaldo da piccolo: un lieto intervallo molto divertente che mi ricorda certe parodie di Totò o di Troisi.

La quarta storia, disegnata da uno spigoloso ma apprezzabile Conforti, supera il limite: Osvaldo prende un’antennina, la acumina, se la ficca nel naso alla maniera degli antichi Egizi e… Oddio che schifidol!!!

Leggetevelo.

Per ordini: info@goldendistribution.it

oppure telefonate dalle 16 alle 20 del pomeriggio allo 0828 304608

NEW YORK DIARY

NEW YORK DIARY

NEW YORK DIARY

Di Joulie Doucet

Purple Press

www.purplepress.it

13,90 €

100 pgg.

La copertina, l’aspetto, il tutto è stato curato e impacchettato dalla Purple Press con una cura veramente notevole. Nonostante fosse un libro di fumetti underground il volume (ottavo numero della collana Radical Chic) trasuda eleganza da tutti i pori.

La prima pagina, di fronte alla vasta aletta della seconda di copertina, è un tombino di New York in bianco e nero. Non basta questo a darvi l’idea di quanto sia ben fatto?

La Doucet riesce a comunicare il disordine delle stanze, quasi gli odori di quelle camere di studenti, di quelle camere di persone in cerca di lavoro che hanno deciso di scommettere e lasciare la famiglia. Ragazzi che vivono in coppia in appartamenti minuscoli in periferia di New York, con tutte le loro ansie, con tutte le loro pazzie (che gli adolescenti conoscono molto bene) come quella ad esempio di voler parlare con la propria ex prima (o durante) il proprio suicidio, come quella di un vecchio che per qualche ragione a noi ignota in quell’ambiente è ritenuto un artista e invece non voleva altro che portarsi a letto una giovane, come quella di pensare che il primo rapporto sessuale sia qualcosa che cambia l’esistenza per sempre, una cosa da farsi, anche con un vecchio, pur di essere diversa. L’angoscia di condividere l’appartamento con una persona che non si ama più, e meno la si ama e meno le si presta attenzione, e meno le si presta attenzione e più quell’altro si dispera e diventa non amabile, così si rompe un rapporto che voleva essere eterno, tra una gomma pane e un caffè, tra un birra e un tavolino. L’incapacità di seguire continuativamente un’università e di stare al passo coi corsi, perché la vita è troppo densa e ci sono troppe cose da fare la prima volta che ci si trova lontani dalla propria famiglia in un appartamento tutto per sé.

La Doucet mi conferma che fumetto non significa realismo e che un disegno underground ti sa dire in un attimo un rossore sul viso, un disagio, e dire mille particolari che un disegno realistico non può che rifuggire, e quindi NON comunicarti.

Questo fumetto, letto quando non avevo tempo, letto mentre curavo “E il cagnolino rise” in onore di Fante, e aspettavo che il computer caricasse i font nuovi, letto insomma come SOSTA tra un duro lavoro e un altro, questo fumetto mi ha riconciliato con il lavoro stesso, con il tempo in cui andavo all’unversità e con il fumetto underground.

Bambole di carne

Edizioni ARCADIA – www.edizioniarcadia.com

48 pgg. – 6,00 €

Il titolo mi attraeva da morire, ma la copertina mi scacciava. Quella specie di vecchia che si vede (che poi si scopre essere un Milord che ama divertirsi coi bimbi “alla maniera degli antichi greci”), che fa da burattinaia a un maggiordomo del cavolo e a due bambole dagli occhi sgranati, con quel bimbo paffutello, vestito alla dandy, che fuggiva… Tutta questa roba mi aveva decisamente convinto che fosse un cattivo albo. Ma alla fine erano 6 euri soltanto, e Golden Distribution mi faceva pure il 30% di sconto e ho voluto seguire l’istinto.

Il retro copertina, ugualmente, non mi piaceva, perché nonostante quel bellissimo corvaccio che quasi rapisce un bambino in un frullare di penne, trovavo il testo troppo indistinguibile dallo sfondo. E il testo però diceva:

“Dimenticheremo tutto.

Faremo come se tutta la tristezza non fosse mai

esistita. Faremo finta di essere ancora bambini”

Ora, io sarei andato a capo alla parola “tristezza”, o a “esistita”, il grafico ha deciso di spezzare la frase a metà. Però la frase era bellissima, e non te l’aspetti in un libro disegnato con i “disegni carini” che dice Taccolini nell’introduzione. Oltre al titolo forse era l’unica frase, della copertina, fedele al contenuto del libro.

Poi diceva, il retro:

“Questa è la storia dei Cappuccetto Rosso che il

Cacciatore non ha mai salvato dalle grinfie del Lupo,

delle Alice mai tornate dal Paese delle Meraviglie, dei

Pollicino mai sfuggiti all’Orco;

bambini presi per mano e portati nel buio.”

Ora, questa mania di spezzare le frasi in punti improbabili che i grafici hanno (sono della stessa progenie, mi sa, di quei grafici che hanno deciso di abolire le regole della sillabazione italiana e vanno a capo nei modi più strambi!) non mi è mai andata giù.

La frase però pure è bellissima. Al che, dopo aver letto il fumetto – e visto che tale frase col fumetto centra ben poco –, devo suggerire assolutamente all’autrice Francesca Da Sacco di fare un fumetto sui Cappuccetto Rosso e i Pollicino mai sfuggiti, sarà bellissimo.

Ma ora, dopo aver esposto il male – e cioè che l’esterno non è fedele al contenuto, almeno secondo me –, passiamo all’interno, sorvolando su stronzate che nessuno nota, tipo che in seconda di copertina qualcuno ha avuto di mandare a capo la parola “personag-gi”, e mi domando che necessità ci fosse, di spezzare una parola! Forse un seguace di Ennio?, che disse cose come “cere- comminuiti -brum” ossia “cer- fracassa -vello”!? Purché siano scelte stilistiche consapevoli… tutto ok.

Ma ecco pagina 1: è già bellissima, vale già i sei euro. Un’ombra (che sa tanto di Fritz Lang o di Nosferatu) apre una porta e si staglia su bambini dagli occhi sgranati. Sgranati, ma di un tipo di paura che non so definire, non banale, un’illustrazione che va vista più che descritta.

Ecco che con un topolino che va sotto una carrozza in uno schizzo di sangue si apre una storia: una dichiarazione di poetica, quasi.

E la storia parla, con disegni gentili, adatti ad un pubblico di giovanissimissimi, di bambini che vivono tenuti in gabbie dalle suore che li sfamano in modo orribile e li vendono a ladri che gli insegnano il latrocinio per poi rivenderli a ricchi signori che ne fanno un uso pederasta.

In questo mondo è più facile rinunciare al cuore e metterlo in uno scrigno, piuttosto che portarselo nel petto, con le sue pulsanti proteste. Questo mi ricorda un passo di un libro che avevo scritto, Scazzimme II, dove il protagonista narrante riponeva il cuore in un cassetto, quasi involontariamente, tra delle asciugamani, e poi lo ritrovava involontariamente anni dopo, per caso, con lo stupore negli occhi di chi avesse trovato un rubino.

Ma… una suora voleva cucinare un bambino!! Bollito!? E la cosa la si vede… orribile… fighissimo!

I bimbi vivono in una gabbia nello scantinato delle suore… chi è più alto di un metro accede al piano di sopra. E loro pensano che la vita sia quella e sono tutti contenti se è il momento di salire sopra… ma sopra li aspetta solo di essere venduti come schiavetti. Io dico che questo concetto è stato ispirato dal film “The Island”. “Io dico che il ciuffo conta”, dice una suora, e il bimbo è tutto contento che il ciuffetto di capelli gli abbia fatto superare il fatidico metro!

Non capirò mai quel corvo nero perché diavolo va a dare fastidio al bimbo sul cornicione.

Il cuore putrefatto di Milord, conservato in una teca, mi ricorda tanto la rosa di “La bella e la bestia” o i dildo putrefatti e malati di Miguel Angel Martin.

Cmq, ecco che capiamo che quel bimbo mezzo dandy che correva in copertina, era stato agghindato solo per piacere al milord… e capiamo che quella burattinaia in copertina non è una vecchia ma un milord pederasta.

Insomma: nonostante la copertina è un fumetto bellissimo, che vi stupirà e vi farà del male. Sentirete il cuore pulsare prepotente, opponendosi a ciò che vedete e leggete. E’ possibile che da una storia tanto truce si senta rinascere nel petto una scintilla d’amore?

Malinconia, di Durer

Malinconia, di Durer

Arte.

Ci pensavo ieri passeggiando. Ero molto triste perché uno nella vita vorrebbe avere a che fare soltanto con numeri certi. Atteggiandomi a poeta, invidiavo i centometristi, cui non c’è obiezione si possa muovere, se hanno corso i 100 metri in 9,69 secondi.

Nella poesia, nella scrittura, nel fumetto, nel cinema, eccetera, questa precisione analogica non c’è. Si fanno anzi errori di parallasse di infiniti gradi.

Arte per me, se ci penso come un cafone, se dovessi rispondere in un secondo, direi: ciò che mi colpisce.

Ma io potrei essere colpito da un’opera anche soltanto a causa della mia ignoranza. Potrei sentirmi colpito e credere di sentir dire oggi, per la prima volta “rinnega tuo padre, perché sei tu romeo!” oppure “e dall’inganno sua vita riceve”.

Dunque mi deve colpire, ma deve innestarsi in una tradizione. Deve quindi non soggiacere con la tradizione, ma lottarci, violentarla ma, per Dio!, deve tenerla presente!, l’ignoranza non vale a nulla. L’ignorante non è più artista, oggi, nel 2009. Ammenocché non sia un ignorante di sensibilità così fine da percepire dentro sé tutti i flussi del mondo così come il surfista non si getta sulle onde che già vede ma intuisce quelle che stanno per formarsi ed è il primo ad alzarcisi su.

Dunque, deve colpirmi, innestandosi in una tradizione e innovandola (ossia, perpetuandola).

Nelle arti più antiche, come la poesia o la scrittura in genere, ritengo non sia ammesso non avere presente almeno gli ultimi mille anni di letterattura.

Si può iniziare a scrivere, come è capitato a me, certi della propria incommensurabile ignoranza, e continuare a studiare la tradizione. Non si può arrivare a quarant’anni senza sapere il passato.

Ci sono due tipi di ignoranza: quella socratica e quella presuntuosa. Io voglio avere un’ignoranza socratica, ossia sapere di non sapere, per quanto io mi sforzi di sapere, come l’Achille che un Zenone che non poteva conoscere il principio dell’accelerazione, ma che conosceva soltanto quello della velocità, ha condannato nelle nostre menti a inseguire in eterno quella povera tartaruga.

Invece vedo il mondo percorso da ragazzini che si vantano della propria presunzione, si vantano di scrivere poesie come capita, ma senza sapere una virgola di metri e tradizioni. La vostra, amici miei, è soltanto una generazione di Maria de Filippi.


Questa è la volta che io, senza saper usare un blog, ho tentato di inserire un video da youtube! Come ho fatto?, sono andato su youtube e ho scelto il video. Sulla destra c’è scritto: url, e subito sotto: codice da inserire. Ho copiato il codice da inserire, e non l’url. Poi, scrivendo il mio post, ho selezionato affianco ad aggiungi media… ho selezionato HTML invece che “Visuale” e sull’html ho incollato quel codice. Dopo ho cliccato di nuovo su “Visuale” e ho continuato il mio post normalemente.

Questi sono Liri Trevisanello ed Andrea Longhi al Lucca Comics del 2008. Insieme con Massimo Perissinotto, il direttore artistico, costituiscono gli editor e la redazione del marchio Nicola Pesce Editore (vedi il blog), di proprietà Tespi srl.

King Komix presenta: Buzzman

King Komix presenta: Buzzman

Allora, parliamo di Riccardo Castelli. E’ una specie di gigante buono che sorride sempre ed è pettinato come il ragazzino delle barrette Kinder, però più grande e con un giubbotto scamosciato.

Riccardo Castelli ha esordito con Animal Gallery (vedi sotto) sulle pagine di un lontanissimo Underground Press. Erano tre tavole, retribuite bene o male, di un divertente mortale.

Animal Gallery

Animal Gallery

Quando poi torna indietro nel tempo con la macchina di uno scienziato viene avvertito di non dover toccare nulla ma… Buzzman si materializza dietro il cavallo di Garibaldi, che gli caga addosso, lui lo prende per la coda e prende Garibaldi a cavallate!!!

Da lì poi nacque un episodio del miticissimo Buzzman, una specie di supereroe gigante blu, che è venuto moooolto prima di Hancock con Willie Smith. Un supereroe casinista, che mica si fa il conto di quanta gente ammazza per salvare un bambino.

L’esilarante è mostruoso. Cioè, i personaggi fanno quelle cose che proprio non ti aspetteresti mai, quelle cose che certe volte ti viene in mente di farlo e pensi: ah, se solo sapessi disegnare, li farei morir dal ridere tutti quanti. E Castelli lo fa. Non voglio dire che lui sappia disegnare!!! (Ciao Riccardo!), ma lui c’ha il coraggio di dire quelle cose che noi ci ridiamo un minuto un pomeriggio e poi dimentichiamo.

Orgasmo

Orgasmo

Poi, oggi, mi è stato recapitato un altro bel libretto suo: “Pugni al muro”, Edizioni Pagoda Blu, una casa editrice di cui non sono riuscito a trovare nemmeno il sito. Quindi mi domando dove e come si acquisti, nel dubbio andate a www.riccardocastelli.it

Ad ogni modo, com’è, questo nuovo libro? Meno ordinato e preciso di Buzzman, ma con una serie di collaborazioni di tutto rispetto: Hannes Pasqualini (anche lui un ex di Und. Pr.), Marco Polenta (il gigante dei giganti del fumetto italiano, cioè: i giganti sono alti, ma affianco a lui sembrano nani, pare Mickey Rourke in Sin City, più grosso però), e altri che non conosco.

Ci sono delle cose spassosissime: tipo un bimbo che fa cadere il lattuccio e la mamma: “MA VAFFANCULO!”

Cioè, c’è la galleria dei Vaffanculo. Uno tipo Freud dice al figlio: “Ma che accidenti leggi… i fumetti?” e il figlio: “MA VAFFANCULO!”

Bellissimo!

Comprate, comprate! Non vi aspettate i disegni di Manara o di Ongaro, ma ricordate che il fumetto non è solo un disegno realistico, sarebbe orribile ridurlo così. Se vi fa pensare, se vi fa ridere, anche lo scarabocchio di un bimbo è arte. Se vi resta, anche un disegno su un foglio a righe merita tutto il mondo, e chi lo ha fatto è un artista.

Playlove, di Miguel Angel Martin

Playlove, di Miguel Angel Martin

Una volta i libri di Miguel Angel Martin erano un qualcosa di introvabile firmato casa editrice Topolin. C’era un retrogusto di proibito, di attenti a quello che state leggendo, non fatevelo vedere dalla gente. Parlo di Snuff 2000 o Psychopatia sexualis (che non so come si scrive).

E’ stata una bella sorpresa, in primis, imbattermi a Lucca 2008 in questo stand della Purple Press pieno di bellissimi volumoni dall’aspetto molto fucsia, molto “comprami”. C’erano così tanti libri di Miguel che non ho nemmeno voluto permettermeli tutti. Ho preso soltanto Playlove.

L’ho letto. C’è la tensione di un tempo. C’è la paura che qualcosa di orribile stia per accadere. Leggendo Martin oggi, dopo aver letto Martin ieri, tremo pagina dopo pagina. Il punto è che in Playlove non succede praticamente nulla. Oh, non fraintendetemi: è un bel libro, vale la pena, ma non è più il Martin dei vecchi tempi, s’è inflazionato.

Facciamo un volo pindarico sul libro. C’è un tizio pelato che ha il cancro, ma non lo vive con tormento e preparazione alla morte. Nel futuro immaginato dalla preoccupata immaginazione di Martin, lo vive come se avere il cancro fosse in ed il non averlo fosse out. Tutto gli sia concesso, perché ha il cancro. Lui sorride, se ne vanta. Questa idea, caro Miguel, è bellissima. Ma dopo aver letto così tanto di tuo, suona come già detta. Non c’era alcuno stupore, ma solo un lieve shock da riconoscimento: ok, sei tu.

Poi c’è quest’uomo misterioso, bello, perfetto, che ha come scopo di vita… non lo posso dire (perché certi maniaci sostengono che sentire come va a finire un libro o un film gli impedisce di vederlo, come se a loro interessasse la trama e non lo stile. Le trame le sappiamo già tutte: la gente uccide, la gente ama, la gente si caca il cazzo, eccetera. Sono gli stili che interessano). Comunque c’è quest’uomo che migliora effettivamente la vita di una ragazza che era sull’orlo di un suicidio. C’è molta freddezza nei personaggi. Anche quando li vedi ridere pare sempre che sia l’ultima cosa che fanno. Poi invece sopravvivono.

Il tratto è sempre quello: una semplicità agghiacciante, quasi disegnato da un bambino. E’ questo l’inganno più grande di Miguel: darci un tratto “innocente” per pugnalarci con i contenuti.

Miguel, però!, non inflazionarti!, torna a torturarci con dei vermicelli che escono dal cervello di Brian, con un bimbo mutilato ed esposto come opera d’arte, torna a farci soffrire e riflettere.

Fumetto di Perrimezzi e Cao

Fumetto di Perrimezzi e Cao

Una volta c’era una rivista, e questa rivista si chiamava Underground Press. Poi, come recita l’immutabile principio eracliteo: tutto va in merda. Una serie di eventi, piacevoli e spiacevoli, ci costrinse a chiudere.

Oggi circola per l’Italia e per la Francia un ristretto manipolo di persone che, al solo sentir pronunciare “facevo parte di UP”, si aprono il cuore l’un l’altro.

Lucio Perrimezzi è uno di questi. Ricordo quando mi elesse a “zio”, e ricevevo numerose e-mail in cerca di consigli. Io, al mio solito, ero spietato. Era come se stessi cercando in tutti i modi di dirgli: vedi che il mondo della scrittura sono cazzi. E’ complicato, faticoso e quasi mai ripaga, e quando ripaga non è per i tuoi effettivi meriti.

Ma Lucio è andato avanti e… che ti trovo alla fiera di Lucca 2008? Un bel librone a fumetti, profumato, con le pagine spesse così… e dentro? Dentro ci trovo proprio quello che è Lucio: sensibilità a palate, ma soprattutto vita, e non vita del cazzo di quelle sparate da “vediamo quanto riesco a fare l’introspettivo”, ci trovo la vita, di ragazzi e ragazze, la vita come mi capita di viverla a me, come capitava di viverla a me quando giocavo all’adolescente. Cos’è? la vita, cos’è l’attenzione ai particolari? L’attenzione di Lucio, e di Mauro Cao è: sguardi bassi e ombre sugli occhi, è maniche di camicia, è panni stirati, è un sorriso sardonico e un avvampare di collera, è una ragazza con un bellissimo sorriso, di quelle per cui varrebbe la pena di fermarsi e dire “da oggi vivo per lei, e le mie pretese le butto via, ché se c’è una cosa da inseguire è la felicità e io in questo momento sono felice perché sono con lei”, ma poi va sempre a finire che quel maledetto tarlo che ci rode il culo ci fa rovinare tutto. E’ un tarlo che ci spinge inesorabilmente a farci i fatti nostri, a correre in fretta, a lasciarsi la gente dietro le spalle come il paesaggio risucchiato da un treno (“che sciabola come la falce nel fieno anche noi”, citerei, ma non voglio essere troppo poetico). E’ un tarlo che parla di coraggio, di vita effettiva, di denaro nelle tasche e responsabilità, ma in realtà è un bugiardo, perché dice delle cose e intende tutt’altro: intende vigliaccheria, intende una grande, infinita paura di legarsi in qualche modo a qualcuno, di trovarsi fottuti. E’ l’atavica paura che la donna su cui tutto abbiamo scommesso la dia a qualcun’altro.

E così i personaggi di Lucio Perrimezzi hanno paura, e affrontano la vita come fa chi ha paura: fuggendo, talora rischiando, con un gran batticuore, e sensibilità a palate.

Sì, c’è la parte un po’ più da “uè, facciamo il fumetto figo”, cioè per me Lucio ha avuto paura di parlare davvero unicamente di quello che gli stava a cuore. Lucio ha inserito qua e là un po’ di droga, un auto che va veloce, una pistola. Ma a noi non è questo che interessa. La droga c’è, lo sappiamo, le pistole pure eccetera. A noi interessa uno scontro del padre contro il figlio affrontato con una bella capacità, a noi interessa la paura, anzi no, maledetta lingua! (non so parlare!), a noi interessa l’infinito dolore di un ragazzo che deve alzarsi dal letto, alzarsi via dalla donna che ama, perché sta per arrivare il marito. E lui pensa che stavolta lo affronta… ma rovinerebbe la vita anche a lei… e allora ha il cuore in subbuglio, collera muta, si riveste e va via.

Non è un fumetto per chi se la vuole spassare, per chi vuole leggere qualcosa di scomodo o dissacrante. E’ un fumetto per chi vuole riconciliarsi con sé stesso, stare tranquillo, riflettere con calma.

Compratevi il libro (http://www.tunue.com/page.php?idArt=7592) per assaporare quanto detto. La Tunuè spesso fa bei libri, soprattutto per la collana Prospero che, come recita l’omino… no, volevo dire l’omonimo personaggio shakespeariano: sono “fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni.”

Oddio, ora dovrei dire qualcosa sul disegnatore, mi par giusto. Mauro Cao… perdonami innanzitutto se mi son dedicato tanto a Lucio, ma… è mio nipote elettivo, capisci?!

Devo dire che i disegni di Cao sono quantomai adatti al contenuto, e questo è l’importante. C’è un tratto che non è mai presuntuoso, ma leggero, sfumato come un sentimento. Ove non c’è presunzione non può esservi che il bene, ma c’è ancora qualcosa che va migliorato: più decisione. Va bene quel tratto per dire che sta arrivando la primavera, che un uomo vuole bene a un bambino, ma la rabbia, l’azione, vanno perfezionati.