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Trucco grandioso, la foto non rende!

Trucco grandioso, la foto non rende!

Cos’è una drag-queen? Ci devono essere perforza lustrini e capelli cotonati?

Ma soprattutto… perché uno riesce a scadere in una serie di cliché tanto ovvi. Come ha potuto Sam Raimi, che io da qualche parte dentro di me amo, far sì che ci fosse uno zingaro che ballava tipo marionetta su un tavolino in fiamme?, far sì che quella vecchiaccia balorda guidasse una macchina, che comparisse sempre nello stesso modo, che quel fazzolettino cacasse tanto il cazzo?

La storia è bellissima, a raccontarla. Una ragazza in carriera in una banca decide di rifiutare una proroga a una vecchia zingara e la vecchia zingara fa una brutta figura in banca. Allora prima la aspetta nel parcheggio e fa quello che una zingara sa fare meglio, ossia tante schifezze, e poi la maledice.

Non c’è modo di mandar via la maledizione, la viecchia è morta.

Alla fine c’è questa lamia (una specie di demone-caprone) che per tre giorni tormentera la guagliuttella e poi la trascinerà all’inferno.

Ora, la storia al cinema non s’era vista spesso. Oserei dire che risulta originale (se non hai letto certi primi libri di Stephen King, dove il protagonista metteva sotto una zingara perché la moglie gli stava facendo un pompino mentre lui guidava, la zingara lo malediceva, lui passava i guai, poi scopriva che l’unico modo per liberarsi della maledizione, che era tipo il cancro o qualcosa del genere, era preparare una torta di mele col suo sangue dentro e farla mangiare a un nemico, a cui la maledizione sarebbe passata. Però scende in cucina di notte e scopre che la figlia è rientrata a casa tardi e si è mangiata la torta!!!… questa fine di per sé è istruttiva e bella, spaventosa, se non che bastava poi che la figlia rifacesse la torta a un altro e tutto sarebbe stato ok… mentre il libro la fa troppo tragica e dimentica questa possibilità…). Non s’era vista spesso al cinema la maledizione.

E la cosa più temuta non era stata spesso di finire all’inferno. Molto bello.

Poi la vecchia era truccata da Dio (voglio sperare che fosse truccata!), un trucco così ben fatto, un personaggio così ben fatto (anche se non le avrei fatto mangiare la caramelle in banca, uffa, l’ha ridicolizzata)!

Bellissimo anche che quando lei gridava, con la faccia della vecchia di fronte, la vecchia abbia sputato dalle proprie cavità una infinità di insetti e lombrichi che sono andate a finire nella bocca di una ALison Lohman che gridava.

Però questa vecchia sputava troppo spesso.

Però la lamia non faceva paura.

Però la scena iniziale in spagnolo ce la potevamo benissimo evitare. Dà un senso di spaventosa serie B.

Però possibile che se tutta la tua vita (e il tuo eterno dannarti) dipendesse dal regalare un bottone (come la torta di King) a qualcuno, tu metteresti questo bottone in una busta (un paio giorni prima), e ove la busta ti cadesse anche a terra in mezzo altre buste eccetera, possibile che tu restituiresti la busta senza controllare se dentro vi è il bottone o un altra cosa?

Io non credo.

Cmq, bel film. Godibile. Si poteva fare molto meglio con una vecchia così caratteristica, una Alison Lohman che sa essere espressiva e una storia così nuova oggi.

Alison Lohman, che dire?

Il ruolo di ragazzina in carriera lo aveva già avuto in False verità.

E lì il pezzo forte del film era lei sotto l’effetto della droga che invece di investigare su Kevin Bacon e quell’altro finiva per farsi fare delle lesbo foto da nuda. A vedere questo Drag me to hell mi risultava assai difficile prenderla sul serio, perché mi ricordavo quella faccia che faceva quando un Kevin Bacon basettone le metteva le mani addosso, un tizio con degli improbabili baffi le spogliava davanti una Alice in Wonderland e una alice in Wonderland le faceva un cunnilingus.

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La vera Emily Rose

La vera Emily Rose

L’altra sera ho riguardato L’esorcismo di Emily Rose. Tanto per cominciare mi son documentato (che al giorno d’oggi vuol dire aprire da Google il primo blog a caso e copiare quello che ci si trova senza badare all’attendibilità delle fonti!).

Si tratta di una storia vera, come dice l’incipit del film.

Anneliese Michel

Anneliese Michel

La vera storia racconta è la seguente: nel 1968 Anneliese Michele, quando era diciassettenne ed era ancora alla Scuola Superiore, ha cominciato a soffrire di convulsioni. Il suo primo attacco epilettico avvenne nel 1969. Fu allora che un neurologo alla clinica psichiatrica Wurzburg le diagnostica l’epilessia di Mal.

Ben presto, Anneliese inizò ad avvertire delle allucinazioni demoniache mentre pregava. Inoltre iniziò a sentire delle voci, che gli dicevano che era maledetta.

La prima ipotesti sul fatto che fosse possdeuta la fece una donna anziana che aveva notato che Anneliese evitava di camminare su un’immagine particolare di Gesù e rifiutava di bere l’acqua da un bicchiere benedetto. Una volta Anneliese sostenne di aver sentito odore di bruciato, probabilmente del Male.

Anneliese ha effettuato un certo numero di azioni altamente preoccupanti. Ha leccato la propria urina dal pavimento. Ha mangiato mosche, ragni e carbone. Ha morso sulla testa un uccello morto. In almeno un caso, aveva strisciato fuori e si è comportata come un cane per circa due giorni. Molto spesso le sue grida si sentivano attraverso le pareti per ore.

Wikipedia è sempre d’aiuto (qui).

Poverina

Poverina

Ora però passiamo al film.

Il film è un solito, mediocre prodotto americano, con un paio di buone idee. La prima è la scelta della protagonista: Jennipher Carpenter, la cui faccia strana si presta alla perfezione: ci fornisce delle sensazioni intense, cui non siamo abituati. Siamo abituati alla bellezza convenzionale di queste biondine del cazzo con la pelle rosea che quando si spaventano ti fanno pensare: “non rovinate quella bellezza”, oppure: “guarda quell’attrice come recita bene!”, perché di fronte all’insulsa bellezza di molte attrici di oggi, non ci viene più da pensare: “oddio, guarda quella ragazza quanto è terrorizzata”, o, “questo terrore mi ricorda il mio.”

Jennipher ci restituisce la santa sospensione dell’incredulità.

Jennipher Carpenter

Jennipher Carpenter

L’abbiamo vista ultimamente anche in Quarantena e precedentemente in White Chicks, quel film ridicolo con due neri che si pittano di bianco e fanno le patanelle e tutti ci credono.

La seconda grande pensata del film sono le contorsioni di Emily Rose. Quando il fidanzato si sveglia e la trova a terra tutta contorta nel dormitorio è una delle scene più spaventevoli della mia vita!! Nonché quegli occhi tutti neri!

Però…

L’attrice che fa l’avvocatessa sembra Brook di Beautiful, è troppo ordinata, fuori luogo, finta.

Mai finta quanto l’attore che fa il pubblico ministero, che, a parte i baffetti, mi ricorda col suo ciuffo e la sua pelle bianca un personaggio ben preciso del sottobosco del fumetto italiano.

Tutto il fatto del processo sa di commedia sexy all’italiana, il fatto che i testimoni muoiono per motivi accidentali dettati dal maligno sminuisce notevolmente il maligno. Dov’è finito quel maligno che faveva rispondere alla bambina de L’Esorcista – alla domanda di Padre Damien che le chiedeva di riaprire il cassetto con la telecinesi – e la bambina rispondeva: “NEL TEMPO…”

Ossia: “non ti devo dimostrare niente”

The blb

The blob

Leggete tutto il post se volete conoscere bellissime scene e una grande metafora della società contemporanea.

L’altra sera l’unico film decente in tv lo davano su Rete4, che io non posso vedere più, a Roma, grazie al nuovo Digitale Terrestre, che rapprensenta una spesa per chiunque e soldi per i venditori di decoder.

Allora ho pescato dalla mia scarnissima videoteca il dvd di “The blob” con un giovanissimo Steve McQueen. Pensavo di trovarmi di fronte a una qualche stronzata hollywoodiana, e invece ho beccato un film carico di una dolce ironia, a volte toccante, e che stimola lati della paura umana che gli altri film difficilmente toccano.

Non è che mi ha fatto balzare dalla sedia, ma mi ha tenuto in una costante tensione per quasi due ore, con la tentazione ogni tanto di mettere pause per segnarmi delle frasi belle.

Il viecchio pazzo

Il viecchio pazzo

La storia è semplicissima: cade un meteorite sulla terra, un viecchio lo trova e con uno stecco di legno lo titilla. Ecco allora una di quelle scene che stimolano paure che altri film non avvicinano neppure: come vedete nella foto qui accanto, quella pallina gelatinosa pende verso il basso e arriva quasi a toccargli la mano, spinta dalla forza di gravità, colando lungo il bastone. Allora noi pensiamo: capovolgi il bastone, capovolgi il bastone!! Come tutte quelle volte che, avendo tenuto un fiammifero acceso verso il basso, ci arriva la fiamma alle dita e noi lo tendiamo verso l’alto per non bruciarci!

Il viecchio capovolge il bastone verso il basso, ma il blob invece che seguire la gravità, come aveva fatto finora, continua a salire e gli aggredisce la mano!! Il viecchio grida, non riesce a scrostarsi la cosa dalla mano!!

Allora corre all’impazzata e becca Steve McQueen che con la sua decappottabile stava facendo un giro con la sua fidanzata. Lo caricano in macchina e lo portano all’ospedale. Arrivati lì, di notte, notano che la “cosa” ha aggredito tutto il braccio.

Il medico li manda a cercare sul luogo dove è successo il tutto qualche indizio. Loro vanno. Il medico chiama al telefono l’infermiera che, essendo notte, era via. La chiama per una amputazione. Ma quando lei arriva il viecchio non c’è più!!

E’ stato mangiato e ora c’è una palla rossa di una cinquantina di chili nell’ambulatorio.

Vi buttano sopra dell’acido, le sparano, non serve a niente! Li costringe in un angolo e li divora!!!

Ora, non voglio dirvi tutto, ma devo sottolinare ancora un paio di scene e una metafora.

Steve McQueen è nel film un ragazzaccio, vede il blob che mangia il dottore e nessuno (a parte la fidanzata) gli crede, nemmeno la polizia. (The Blob presenta nel 1958 un gruppo di “ragazzacci” buoni, coraggiosi ed attenti alla comunità, comunità che vuole bollarli cattivi. E’ abbastanza strano, negli anni in cui i giovani venivano demonizzati.)

Quella notte torna a casa coi suoi, ma poi esce dalla finestra e raggiunge la fidanzata, che pure scappa. Sotto un salice lui dice che non è più sicuro di sé stesso e di quello che ha visto. Lei dice che si fida di lui. E lui tra i rami penduli del salice guardando verso la notte dice qualcosa tipo: “Ora, se mi sono immaginato tutto, questa è una notte normale. E noi andremo a casa, dormiremo nei nostri letti, e domani il sole brillerà di nuovo.”

Questa frase ha la forza di farmi rendere conto che, dallo spazio, quella notte, è arrivata una cosa orribile, che cambierà la vita di tutti per sempre, e quella non è una notte normale. Bellissimo.

In questa scena, tra l’altro, ho simpaticamente notato uno sbuffo di fumo dietro la spalla scamosciata di Steve McQueen mentre parla a lei. Era lui che, quasi alla sua prima recitazione, fumava molto disinvoltamente e recitava (in un film dove il personaggio non fuma). E allora il regista non riuscì a convincerlo a spegnere quella sigaretta, e quella scena lui la recitò con la sigaretta accesa dietro la schiena!!

Il regista notò Steve mentre questi portava il cane a spasso in un parco e gli disse: “Voglio che reciti nel mio film!” Steve aveva 27 anni e cominciava la sua scalata.

Altra scena bellissima è quando loro sono in una cantina e il blob, enorme ormai, è completamente sopra di loro e sta per catturarli avvolgendo la cantina da tutte le parti. Ci sono lui, lei, il fratellino piccolo e un paio di signori. Il fratellino è terrorizzato e allora Steve lo prende in braccio e gli dice che è tutto a posto e che tutto andrà bene. Lei prende la cosa da un’altra prospettiva, da sorella maggiore, e con lo sguardo buono gli dice di appoggiare la testa e dormire, che domani sarà finito tutto, tutto andrà bene eccetera. In tal modo dice in pratica “dormi”, allo scopo di farlo morire nel sonno, divorato dal blob, senza paura. Toccante!

Infine volevo dire della ovvia metafora, sottolineata anche dalla trasmissione Rai di Ghezzi. The blob è il simbolo della civiltà americana dell’epoca e delle sue paure. Erano i tempi della guerra fredda, e quindi della corsa alla conquista dello spazio, dal quale ci si attendevano chissà quali paure. Oggi per noi lo spazio è ovvio. Immaginate all’epoca, invece. Erano i tempi del primo sfrenato consumismo, che divorava tutto.

Ma blob, come si evince chiaramente dalla strafamosa scena della fuga della gente dal cinema, è in realtà il cinema stesso e, oggi, la televisione.

In pratica the blob a un certo punto aggredisce il macchinista della sala del cinema (gli addetti ai lavori in pratica subiscono per primi la nostra stessa malattia) e poi dalla sala proiezione si riversa nella sala del cinema dove sta la gente attraverso quello stesso foro da dove filtrava il film, la luce che proiettava il film.

Oggi la televisione – specchio della società (del divenire della società, non della società stessa, dal momento che la tv, pensata da una elite per la massa, è un acceleratore sociale) – non è che un crescere, crescere crescere. Le ragazze sono sempre più nude, le discussioni sempre più accese, la cronaca nera ripresa sempre più necrofilmente da vicino.

Tutto cresce e peggiora, e allora qual è la soluzione?

The blob ce lo dice: un grande raffreddamento, un grande freddo che congeli tutto. Con gli estintori il blob si ferma… ma non retrocede. Possiamo congelare tutto così come è, e poi portare tutto con un gran paracadute in antartide. Ma il film, con grande preveggenza (era il 58!), si conclude con un punto interrogativo: la cosa andrà bene almeno finché l’antartide resterà freddo.

Prime avvisaglie dell’effetto serra e dello scongelamento dei ghiacciai?

Ma bisognerebbe anche ascoltare la telefonata finale tra un poliziotto e un generale dell’esercito.

“Dargli fuoco?” meglio di no, si nutre di calore. E allora niente censure, niente guerre moraliste, niente aumento di calore e tensione.

“Mandargli una bomba?” ma no, esploderebbe e si sparpaglierebbe in mille piccoli blob pronti a crescere. E allora facciamo attenzione con questo Digitale Terrestre, con questi infiniti canali digitali che chiunque può aprire.

Ma il blob non è identico allo Skifidol di mio nipote?

Davvero mi ha così spaventato che non ci giocherò più.

Concludo con dei pesci schifosi che ho trovato su Google cercando la locandina di blob.

Schifoso pesce blob

Schifoso pesce blob

Il bimbo sul davanzale
Il bimbo sul davanzale

Antichrist è un film? E’ così… pittorico, così artistico, che forse è offensivo definirlo un film.

Se volete leggere subito la mia spiegazione del film, andate direttamente in fondo là dove dice “spiegazione del film”, così non dovrete sorbirvi tutti i miei altri pensieri.

Stanco di tutti quegli horror movies che ritengono di suscitare la paura soltanto alzando all’improvviso il volume (anche mia madre mi farebbe sbandare se entrasse all’improvviso gridando nella mia stanza), stanco di sangue a bizzeffe, esplosioni eccetera, finalmente un’opera che mi ha solleticato.

Dopo averlo visto ho chiuso la bocca. Di solito prima ancora di uscire tra la folla del cinema già vado commentando. Stavolta no, silenzio. Ci ho pensato un paio di giorni, ho sofferto. Poi mi sono documentato. Solo ora cerco di dire qualcosa, ma dire qualcosa è difficile senza avere ancora il dvd in mano da guardare e riguardare tra mille fermi immagine.

Finalmente un film di cui si può parlare più di una mezz’oretta!

Da dove partire? Dall’influenza di un Lynch, di un Bergman, persino di uno Strindberg? Partire dalla significativa divergenza di questo film con il resto dell’opera del regista danese, dal cinema come tela pittorica e non soltanto mera narrazione, che lo accomuna appunto a Tarkovsky (cui il film è dedicato), a certi aspetti di Kubrick o all’ultimo Coppola (come qualcuno ha suggerito)?

Partiamo dalle recensioni degli altri: von Trier ha giocato sullo “scandalo” che il film rappresenterebbe, per via di un paio di scene di sesso esplicito (ma… fanno ancora scandalo?, pensavo che con Ultimo Tango a Parigi avevamo chiuso con i perbenismi) e di un clitoride amputato (ma possibile che non abbiano mai visto un film gore o splatter?). Vabbè, e dov’è lo scandalo?

Si è parlato, per un film così bello, di “mera volontà di provocare”. Ma posso suggerire a tali avventati critici di farsi un giro in un qualsiasi museo di arte moderna e contemporanea, ma anche il 1200 va bene. Volete dunque dirmi che i quadri certe cose le possono dire e i film no? Perché, di grazia?

Leggiamo insieme la superficialissima recensione di Natalia Aspesi su Repubblica:

“Ingannati dalle allettanti promesse di pornografia, erano corsi a frotte al cinema, intasandolo tutto un’ora prima dell’inizio del tanto atteso nuovo capolavoro di Lars von Trier, dal titolo sulfureo, Antichrist, quindi adatto a suscitare i tanto benedetti scandali. In preda a una forte depressione, come lui stesso ha rivelato, il regista danese ha scelto come terapia non un analista o gli psicofarmaci, ma un film che lo guarisse attraverso momenti di massimo horror ginecologico, quali il taglio con forbici del proprio clitoride da parte della fuori di testa Charlotte Gainsbourg, che aveva però provveduto prima a inscenare un horror penico, dando una tremenda legnata al membro del marito Willem Dafoe, seguito da masturbazione sanguinolenta più trapanazione di una gamba con inserimento di un ferro chiuso da una mola.

Inizio tragico, in bianco e nero: la coppia di brutti e bravi Dafoe e Gainsbourg sta facendo l’amore accanto alla lavatrice e intanto il loro delizioso piccino Nic precipita dalla finestra. Noiosissimo, il marito con alterigia antipatica la porta in un capanno in una fitta foresta (simboli su simboli, sciamanesimo, psicanalisi, esoterismo) per guarirla dalla disperazione e dove invece chiunque impazzirebbe [questa gliel’appoggio!].

Qui misteriosamente la signora si rivela una strega, per lo meno una che stava facendo una tesi sul Ginocidio con tutti i libri del caso compreso il cinquecentesco Malleus Maleficarum che dettava legge su come torturare e ammazzare le donne considerate streghe. Tra il pubblico, risate quando gli animali stregati parlano (una volpe, «il caos regna») [anche questa gliel’appoggio… a me ha fatto troppo pensare a Labyrinth e al volpino che dice: “Nihuno passera di qui… senza la mia… ehm, permissione!”, però è solo la volpe che parla, non ci sono “animali che parlano”], grida di raccapriccio quando la signora spettinata usa forbice e bastone e cerca di sotterrare il marito, che forse se lo meriterebbe data la supponenza.

Il regista tanto amato e premiato ha un bel spiegare che parlare di caccia alle streghe non vuole dire approvarla ma il pubblico molto provato ha il diritto di pensare che il film sia frutto di un suo risentimento angosciato contro le donne o una donna. Nel film ci sono solo i due protagonisti, che stanno sempre senza mutande e pur piangendo per l’insopportabile lutto si cavalcano continuamente. Vera opera da strega, che non solo stregonescamente metteva le scarpe sbagliate al figlioletto maschio, ma appena poteva si masturbava tutta nuda, anche tra le felci!”

Questa recensione è un capolavoro di superficialità. “Stanno sempre senza mutande”, ma perché un marito e una moglie non possono chiavare? E’ peccato mostrarlo? Non si sa che l’elaborazione per un lutto passa talora per l’isteria e l’ansia, cui sintomi e conseguenze sono un elevato desiderio sessuale, particolarmente nei confronti del proprio psicanalista?

L’amore sconfinato del protagonista maschile diventa “supponenza”… uno che ti sta vicino nella tua pazzia, un coniuge che ti ama e sopporta, e sebbene soffra anche lui ti dà modo di sfogarti eccetera? Me lo sposerei pure io!, però c’è da ammettere che nella versione in lingua italiana lui è effettivamente “serafico e spento” e lei è “melensa e lamentosa”.

Poi questa sparata del “angosciato contro le donne”, mi sembra di stare in pieno Positivismo, quando si diceva che il fatto che Leopardi ha studiato così tanto e ha scritto così bene è da individuare nelle sue menomazioni fisiche. Quindi riduciamo un gran film, un’opera d’arte, diciamolo pure, in un film misogino?

Parlare della misoginia è essere misogini? Rappresentarla è essere misogini? Non si può essere misogini? C’è qualcuno che se sei claustrofobico, se hai paura dei cani, o delle donne, può venire a contestartelo? E se, anche in senso liberatorio, ci fai un film, sei uno stronzo misogino? Ma è veramente un film sulla misoginia?, o voleva dire qualcosa di più profondo?

Quindi tutto questo film, che ora vado a spiegare (per lo meno come l’ho capito io), va ridotto allo sfogo di un imbecille?, alla mera volontà di provocare?

Ma per piacere!

Certo è difficile mantenersi distaccati, saper giudicare con distacco e onesta uno che ritiene di essere “il miglior regista di sempre” e di scrivere per diretta ispirazione divina… ma prendiamo lo in simpatia per questo, non odiamolo! Non facciamoci influenzare!

La tanna della volpe

La tanna della volpe

Ora, cominciamo dal fatto che è un film pittorico, che va avanti per simboli ed analogie, non per metafore e narrazione. Pittorico. Chi sono le fonti pittoriche, di chi i quadri? Io ho rinvenuto Bruegel (i morti accumulati nel bosco), Friederich (i tronchi verticali mi ricordano tanto il cimitero di F.), altri mi hanno suggerito Caravaggio, Gustave Dorè, qualunque quadro vi vennisse in mente vi prego di mettermelo nei commenti.

Qual è la differenza tra un simbolo e una metafora, e perché è tanto più profondo, toccante e difficile parlare per simboli?

Una metafora è per esempio, ne Il giardino segreto, far vedere che il bimbo che dalla sedia a rotelle inizia a fare i primi timidi passi è come l’agnellino appena nato che ancora non si regge sulle zampette. Si fa vedere il bambino, poi l’agnellino, e il gioco è fatto.

Per le metafore il contesto è fondamentale, le metafore sono relative. I simboli sono assoluti, hanno un legame profondo con gli oggetti a cui si riferiscono, affondano le loro radici negli archetipi comuni del genere umano.

Il film ha atmosfere e concetti vaghi ed indeterminati, ma proprio per questo fortissimi, perché con la forza del simbolo e delle analogie (rapporti fra simboli), ci comunica cose, anzi, ombre di cose, che la nostra mente recepisce, e ne è turbata.

Noi non siamo turbati perché la stronza si taglia il clitoride. Quello lo abbiamo già visto. Non siamo turbati perché gli mette la mola nella caviglia, siamo turbati per l’atmosfera, per il solletico continuamente fatto a porte del nostro cervello che di solito restano ben chiuse. Io per percepire tutta quell’arte ho dovuto aprire la mente nella speranza di recepirne almeno un grammo e, nella mia attenzione, si sono infilati i simboli, le analogie, eccetera.

La casa nella nebbia, a Eden

La casa nella nebbia, a Eden

La mia spiegazione del film

Antichrist comincia con un rallenty in bianco e nero di due storie incastrate con montaggio non lineare: lui e lei fanno sesso sfrenato sotto la doccia, intanto il loro figlioletto di un paio di anni esce dalla gabbietta, sale sul davanzale e precipita nella neve.

Intanto c’è una musica sublime che, in spregio dello stesso Dogma 95 di Trier, copre ogni rumore. E’ l’aria del Rinaldo, di George Friderich Handel, libretto di Giacomo Rossi, che canta in italiano “Lascia che io pianga la cruda sorte, e che sospiri la libertà!”

E’ una mise en abyme del film? Vuol dire che la libertà passa attraverso una cruda sorte?

“Qui non c’è dolore”, nota un gran critico. Il bimbo è felice, ha scoperto la libertà, precipita nella neve soffice con il pupazzetto. Il dolore non è del bimbo. The three beggars, i tre mendicanti vengono preannunciati:

Pain (dolore)

Grief (ansia)

Despair (disperazione)

Qui sono tre statuine che il bimbo fa cadere. Ci sono sempre stati. Erano nel destino, il destino era scritto. (Al posto di “i tre mendicanti”, io capivo sempre “i tremendi canti”!)

Chiavano

Chiavano

Atto PRIMO – “DOLORE”

Il bambino è morto. Lei non riesce ad elaborare il lutto. Pare che lei abbia dolore, e lui no. E’ la parte razionale e la parte selvaggia, l’apollineo ed il dionisiaco. E’ il dualismo di Dio.

Lei, scopriremo, può provare ed infliggere dolore. Lui no. Lui dovrà imparare a provare dolore (mentre lei uscirà dal trauma lui vi starà entrando – vedi le sue visioni – lui subirà dolore anche fisico) e ad infliggerne. L’apollineo dovrà sopprimere il dionisiaco accogliendolo in sé.

Ecco che a un tratto, mentre sono in ospedale, l’inquadratura, con grande shock del pubblico, abbandona gli esseri umani, i protagonisti ed inquadra un vaso di fiori, con dell’acqua sporca: s’avvicina, s’avvicina. Inquadra dei fiori, poi i loro gambi, poi più vicino, s’intravvedere un’ombra, forse satana, tante particelle in sospensione: è la Natura. La Natura che è tutto: è il grande ed il piccolo, è anche le particelle, è tutto.

Ecco un’inquadratura angosciante di tronchi verticali che tornerà per tutto il film. Ancora è la Natura.

Inizia la terapia: lui andando contro ogni regola convenzionale decide di farle da psicanalista, nonostante siano marito e moglie. Questo è un problema perché l’analista, per guarire il paziente, non deve violare il rapporto di fiducia che si già stenta a creare, e facendo sesso lo violerebbe. Ma lui immediatamente lo viola. La prima volta la ferma, ma lei è assatanata: vuole fare sesso. Lui cede.

Con inquadrature mosse, con telecamera a mano, alla Dogma 95, vediamo loro due sul letto che parlano. Lui disegna una piramide sul foglio: vuole fare una scala delle paure di lei. Cosa ti fa paura?, le chiede. Lei ci pensa a lungo. Il bosco. Dice. Lui, da buon terapeuta, non lo scrive in cima alla piramide, ma a metà. Le fa paura il bosco di una casa che hanno loro, una casa che chiamano sempre Eden, parlano di andare a Eden. Ecco che ritorna Dio e la Bibbia.

Atto SECONDO – “LA NATURA – IL CAOS REGNA”

Parlando ancora si delinea la paura di lei: lei ha paura della Natura, la Natura, come vuole la stessa Bibbia, il mondo e il luogo in cui Satana è stato confinato, e noi siamo sotto la sua signoria. (Al riguardo consiglio di leggere l’introvabile ed illuminante saggio Il diavolo di Papini).

Lui scrive nella piramide, sopra la parola “bosco”, la parola “Natura”.

Ma la Natura ricomprende anche la donna, che alle sue leggi è ben più sottoposta dell’uomo. Se la Natura è satana, anche la donna è satana.

Ecco che scopriamo che lei interpreta sé stessa in particolare e la donna in genere come agente attivo del dolore nella condizione dell’uomo sulla terra.

Lui va in soffitta e vede che lei stava studiando il gynocidio (non “geno-”, ossia studiava l’uccisione delle donne) all’epoca dell’inquisizione. E quindi vediamo pagine e pagine del Malleus Malleficarum (il libro che spiegava come uccidere le donne ritenute streghe, come far uscire le streghe allo scoperto, la cospirazione delle streghe, eccetera. All’epoca, nel 1500, il libro fu molto diffuso, tutti erano shockati dal fatto che donne ignoranti che non si erano mandate mica email, sotto tortura, dichiaravano tutte le stesse cose, gli stessi riti, lo stesso tipo di patto con satana. All’epoca la cosa era tremenda, pareva una prova dell’esistenza di satana stesso. Oggi siamo più inclini a pensare che, visti i metodi di interrogatorio (ossia di tortura), gli inquisitori praticamente costringevano le poverelle a dichiarare ciò che era scritto nel libro. Pertanto un interrogatorio a Londra era uguale ad uno a Tolosa, perché la cultura degli inquisitori era la stessa! Ma questo li terrorizzava e convinceva del loro operato! Assurdo!)… e scopriamo la cosa assurda: lei non le leggeva come gli orrori fatti dall’uomo contro la donna, ma come la giusta punizione meritata dalla donna, come la prova che la donna fosse cattiva, e quindi che lei stessa fosse cattiva. Fosse satana.

Lui scrive nella piramide, sopra la parola “Natura”, la parola “Satana”. Fanno sesso selvaggio e violento sotto un albero (per caso il biblico “Albero della vita” tanto caro a von Trier?, gli alberi nella Bibbia erano due, quello della conoscenza, della razionalità dunque, e quello della Vita).

Lalbero della vita

L'albero della vita

Scopriamo che lei sapeva fin dall’inizio che il bimbo sapeva aprire la gabbia e, peggio ancora, che durante l’amplesso lei lo vide!, vide che era uscito e saliva sul tavolo. E dunque: colpo di scena!, non è impazzita per il lutto: è sempre stata malvagia. Al punto che in assenza del marito aveva sempre messo al bimbo le scarpe al contrario, invertendole, al punto da deformargli i piedi. Era davvero malata. Ma nell’atmosfera nebbiosa e pericolosa di quel bosco non sembra una malattia della mente: sembra la manifestazione del male.

Lui va in ansia, e quindi il secondo mendicante prende anche lui. Si allontana ed entra in una baracca. Scrive, in cima alla piramide, “IO”. Ossia la donna ha paura di sé stessa. Guarda un secondo la sua piramide e cancella la parola “IO”, perché è evidente che lei si ritiene “Satana” e quindi sarebbe stato ridondante. Lei è Satana.

Ma ecco che lei lo aggredisce, gridando che lui vuole lasciarla… infatti la conoscenza vuole fare a meno del dionisiaco. Ecco che gli fa cose orribili: lo vuole sessualmente, poi durante l’amplesso gli fa battere la testa e lo fa svenire, poi lo colpisce con un grosso ceppo di legno sul pene in erezione, lui è svenuto e non si muove, gli salta addosso, lo masturba e lui spruzza sangue dal pene, poi lei va ad una mola che serve per affilare i coltelli e con una pesante chiave inglese smonta la ruota che sembra di pietra, con una spirale acuminata gli fa un buco nello stinco e vi ficca l’asse della ruota, poi riavvita il bullone in modo che lui abbia una ruota di pietra indissolubilmente attaccata allo stinco. Che cosa orribile, mai una cosa più orribile avevo visto. Lei, nuda, come pazza, cammina e va fuori dalla baracca, getta la chiave inglese sotto la casa (fatta a tipo palafitta) in un luogo due volte irraggiungibile: sia perché è difficile arrivarci sia perché lui, non avendo visto dove ha gettato la chiave inglese, non potrà mai ritrovarla. (Io penso tanto a Misery non deve morire, quando quella gli distrugge i piedi con un martellone!)

Lui si sveglia è capisce che è una cattiva giornata. Si trascina via, si nasconde nella tana della volpe che tanto li aveva spaventati fino ad allora… lei lo trova perché nella tana c’era la carcasso di un corvo che poi in realtà era vivo e comincia a gracchiare. Lei lo trova, in quella tana ce lo sotterra. Poi ha un ripensamento, lo esuma e lo trascina nella casa. Lì lei si taglia il clitoride: centro di piacere. Si depaupera del piacere. Si punisce perché nell’orgasmo aveva visto il figlioletto uscire dalla sua gabbietta e salire sul davanzale. Si punisce in una scena che ha fatto inorridire non poche donnine. Ma Dafoe e la Gainsbourg non si sono vergognati a cacciar fuori cazzo e figa in primo piano per così tanto tempo?

Lei ha un terrificante dialogo con una sé stessa che sta in piedi di fronte a lei.

Lui intanto sente il corvo, sta sotto la casa, con un gomito distrugge un asse del pavimento e lo vede, il corvo, eccolo là. Il corvo va via e sotto di lui: la chiave inglese. Lui si libera.

C’è da dire che in questi casi non fanno mai la cosa più ovvia. Io avrei fatta avvicinare lei, l’avrei strangolata e poi mi sarei liberato. Invece lui prende a liberarsi direttamente e le da modo di conficcargli un forbice nella schiena. Non contento lui se ne fotte e ricomincia a svitare. Si libera, la strangola. L’apollineo si è disfatto del dionisiaco, ha imparato a provocare dolore, il dualismo si è risolto. Le dà fuoco come si facveva con le streghe.

Ora ricomincia il bianco e nero, il rallenty ed il “lascia che io pianga”. Si medica come può e va via di lì, scendendo la collina, centinaia di donne dai voli oscurati come per la privacy salgono la collina e lui è circondato da loro e dalla Natura, ossia dal male, ma non ne è spaventato, perché il dualismo è risolto e ora anche lui è Natura, senza patirla.

Oddio, mi arrendo, non c’è davvero modo di spiegarvi il film, ho tralasciato mille cose, ho tralasciato la volpe, il daino ed il corvo che si assiepano intorno a lei come a una raffigurazione di satana, ho dimenticato tutto: andatevelo a vedere. E’ un film per pochi ma, per quei pochi, bellissimo.

PS: link utili: Wiliam Dafoe, Charlotte Gainsbourg (meritatissimo oscar a Cannes come miglior attrice), Lars von Trier (qui troverete anche le regole di Dogma 95)

PPS: obiezioni!: la volpe che parla mi ricorda troppo Labyrinth, mi ha fatto troppo ridere.

Perché il corvo prima gli rema contro, facendolo scoprire, e poi lo aiuta

Quali sono le fonti pittoriche?

Aiutatemi con i commenti.

La scena del polpettone

La scena del polpettone

The Uninvited è un film che è una via di mezzo tra The Ring e Il Sesto Senso, con una spruzzata di Two Sisters. Però sta ad essi esattamente come un pezzo di carne frollata sta a un vitello vivo. Ci sono dei film che quando li vedo mi viene da pensare che sono il prodotto sofferto di una profonda cultura cinematografica ed esperienza umana (parlo di The Ring e del Sesto senso). Ci sono altri film che sono fatti da persone che hanno visto i film di cui poco fa ho detto e hanno deciso di rielaborarli per vedere se c’era ancora qualcosa da vendere. Un po’ come uno che si mette una camicia bianca al mattino ed è un gran bel vedersi, sa di fresco e di lavanderia. Poi va a dormire e la camicia ha fatto il suo dovere, ma ora è sudata e stropicciata. Ebbene sembra impossibile, ma c’è un altro tizio che il giorno dopo la va a prendere in mezzo ai panni sporchi e se la mette, tutto convinto. A chi obietterà la qualità della sua camicia lui griderà: ma è la stessa!

E’ come quando si ama un grande artista, un grande regista semi sconosciuto, considerato molto alternativo, e poi gli arride la fama, comincia a comparire su GQ, su MAX, su VANITY FAIR, eccetera, tutto vestito sgargiante, con una sciarpa da regista o da guidatore di mongolfiera e un chihuahua tutt’occhi in mano. E’ un riciclaggio, è una diluizione, è una delusione.

The Uninvited parla di una ragazzina che aveva la mamma malata. Il padre tradiva la mamma con l’infermiera. Allora l’infermiera uccide la mamma e la bambina va in manicomio perché è sotto shock.

Il film comincia con la bambina un po’ cresciutella che esce dal manicomio, ma ancora non ricorda cosa successe quella notte. Ci sono un sacco di morti che camminano la notte eccetera, poi la bambina insieme con sua sorella capisce che la nuova donna di suo padre è la stronza assassina. Tipiche scene di lotta con coltelli e siringhe di calmanti, eccetera. Le due sorelle riescono a far fuori la stronza bionda.

Colpo di scena!, la stronza bionda era buona (o per lo meno non era un’assassina psicopazza), la sorella della protagonista era morta quella sera in quell’incendio. Lei l’ha vista per tutto il film perché è pazza. Le persone, il padre, sembravano interagire anche con la sorella, ma non è così. In realtà fu lei ad appiccare preterintenzionalmente quell’incendio che uccise la madre. La polizia se la piglia e la porta di nuovo tra i matti.

In primo luogo questa cosa dello scoprire che uno che abbiamo visto per tutto il film era in realtà un morto, l’ha già fatta Il sesto senso, solo che lì il morto era il protagonista stesso e la cosa era originalissima. Qui l’epigono è riuscito nella triste sorte di essere superato dal suo stesso ispiratore.

In secondo luogo è facile fare vedere che quella sorella non ha interagito per tutto il film: in quella casa regnava silenzio ed incomunicabilità, la sorella se ne andava ad ogni pie’ sospinto: troppo facile, così. Dove sono finite quelle scene del Sesto senso, dove Bruce Willis arriva in ritardo all’appuntamento per l’anniversario di lei, al ristorante, fa una bellissima battuta e lei dice sussurrando “Buon anniversario, Henry” (non ricordo se era Henry, ma il punto è che lei sussurrava in preda alla tristezza e noi abbiamo creduto che lo dicesse a lui in preda al risentimento!, qui c’è comunicazione!, qui c’è inganno registico bellissimo!, lì invece ci sono soluzioni di comodo, al punto che a fine film, quando “udite udite!” si scopre che la sorella era morta da tempo, a fine film, dicevo, il pubblico se ne strafotte di ripercorrere con la memoria le scene precedenti. Il pubblico pensa: ok, lo abbiamo già visto nel Sesto senso e già questo basterebbe a non farmi sforzare la mente più di tanto, ma inoltre: grazie al cazzo, in quella casa non parlavano mai.)

In terzo luogo in The Uninvited succede una cosa che sempre più spesso succede nei film: lasciare in sospeso le sottotrame. Una sottotrama è un evento, una serie di eventi o anche un oggetto, che all’interno del film ha un inizio, uno svolgimento e una fine. Se ad esempio abbiamo un film su di un tizio che sta per morire e due suoi amici si incontrano a una festa e si sorridono, è necessario che – anche se il soggetto del film è il tizio che muore – dal momento che hai fatto sorridere tra loro quei due, caro regista, sei tenuto a dare un seguito alla cosa: uno sviluppo. Allora qui quali sottotrame stanno tanto appese che pare ci siano stati tagli nel film? Cominciamo col campanello. La madre malata della bambina, quando era viva, aveva un campanello legato al polso sinistro: quando suonava l’infermiera accorreva.

La bambina esce dal manicomio e va in soffitta a casa sua: ritrova il campanello.

Lo poggia sul comodino affianco al letto.

Succedono cose strane, pericoli, mostri. Noi speriamo per tutto il tempo che questo campanello sia quello da suonare per far accorrere in aiuto la mamma, che risolverà tutto il film.

Scena con la mamma morta e tutta sfregiata che indica e grida “Assassina!”, ha il campanello al braccio destro, non più il sinistro: perché??

Da quel momento il campanello non compare più. Regista caro, gli hai fatto troppe inquadrature da vicino, hai dato troppo valore a quel campanello. Quando ne Il delitto perfetto Hitchcock inquadrava quella forbice in primo piano, era perché poi il signore l’avrebbe usata.

Emily Browning quanti anni dimostra?

Emily Browning quanti anni dimostra?

Emily Browining, l’attrice, ma quanti anni ha??? Una volta mi sembrava una bella bambina, una volta mi sembrava una puttanella già cresciuta. Ecco, vedo su Google, ha 21 anni, è del 1988. Ok. Che altri film ha fatto? Ecco: Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi (con Jim Carey, 2004), Ned Kelly (2003), poi doveva fare Twilight ma ne hanno presa un’altra.

Poi non so perché ero andato a vedere sto film convinto che avesse a che fare con Two Sisters (tant’è che c’è una scena rivisitata male sotto il mobile dei fornelli della cucina!, da sotto quel mobile in cui in Two Sisters avevamo visto in un’ombra di petrolio agitarsi una creatura, da sotto quel mobile qui esce una specie di boyscout roscia che batte i pugni a terra e fa bu!!, esattamente come era uscita ne Il sesto senso la bambina con la videocassetta in mano, mah, strani miscugli citazionistici!), non so perché. E dal momento che sono convinto che la maggioranza dei giapponesi ha i bozzi in faccia, all’altezza degli zigomi per lo più, tant’è che i film coi giapponesi a me mi fanno paura a priori, perché ci sono loro, dal momento che sti giapponesi hanno i bozzi ma il film vuole essere occidentale, hanno preso un’attrice che ha quasi i bozzi! Una via di mezzo che non si capisce se ha quattordici anni o venti, se è occidentale o orientale.

Comunque, andiamo avanti!

Altra sottotrama non sviluppata: sti morti del cazzo. Oramai nei film horror ci sono morti a palate, morti che parlano, morti che cacano il cazzo, morti che non fanno dormire la notte. Lovecraft ti faceva terrore con un’illustrazione e una vecchia casa!

In primo luogo non accetto più che un morto che in vita era stato buono, un morto che dovrebbe volerti bene, tipo la mamma della bambina, non accetto più che debba dare fastidio: sei la mamma e fai la mamma! Non te ne uscire sanguinante la notte da sotto i letti! E’ ingiusto! Io lo cazzeerei il cadavere di mia mamma se, invece che venire all’ora del thè come tutta la gente beneducata, venisse nel cuore della notte ad afferrarmi le coperte gridando “Assassina!”

Una bella cazziata non gliela leverebbe nessuno.

Una volta che morì un mio amico nelle mie preghiere lo minacciai: non doveva farmi paura perché sennò mi incazzavo, doveva venire di giorno, bussare, fare l’inchino e tutto il resto. La morte non lo emancipava dalla buona creanza.

Dicevo: sti morti del cazzo compaiono due o tre volte in The Uninvited, poi niente più.

E noi tutti ci aspettavamo che nel momento critico sarebbe stato proprio il cadavere della mamma, attirato da un provvidenziale campanellino, a salvare la bambina contro l’infermiera cattiva. Sto cadavere scompare!, e non si rivede mica più!

Ho capito che poi lei vede la mamma sorridente sulla sedia, ma non è sufficiente!

Non voglio dire che il regista deve obbedire alle aspettative del pubblico: ossia essere banale. Voglio dire che c’è una tradizione e va seguita: se fai vedere una forbice in primo piano, quella forbice deve colpire. Oppure mettici un colpo di scena, fai che quella forbice era finta e non uccide, fai qualcosa: ma se hai creato un’aspettativa, tu devi considerarla. O la fai vedere perché colpirà, o la fai vedere per un colpo di scena. Non puoi farla vedere senza nessun motivo!!, senza nessun riscontro!

Stanotte sognerò campanellini, perché siccome me ne hanno fatto venire la voglia e poi non li ho visti… stanotte li sognerò.

Malinconia, di Durer

Malinconia, di Durer

Arte.

Ci pensavo ieri passeggiando. Ero molto triste perché uno nella vita vorrebbe avere a che fare soltanto con numeri certi. Atteggiandomi a poeta, invidiavo i centometristi, cui non c’è obiezione si possa muovere, se hanno corso i 100 metri in 9,69 secondi.

Nella poesia, nella scrittura, nel fumetto, nel cinema, eccetera, questa precisione analogica non c’è. Si fanno anzi errori di parallasse di infiniti gradi.

Arte per me, se ci penso come un cafone, se dovessi rispondere in un secondo, direi: ciò che mi colpisce.

Ma io potrei essere colpito da un’opera anche soltanto a causa della mia ignoranza. Potrei sentirmi colpito e credere di sentir dire oggi, per la prima volta “rinnega tuo padre, perché sei tu romeo!” oppure “e dall’inganno sua vita riceve”.

Dunque mi deve colpire, ma deve innestarsi in una tradizione. Deve quindi non soggiacere con la tradizione, ma lottarci, violentarla ma, per Dio!, deve tenerla presente!, l’ignoranza non vale a nulla. L’ignorante non è più artista, oggi, nel 2009. Ammenocché non sia un ignorante di sensibilità così fine da percepire dentro sé tutti i flussi del mondo così come il surfista non si getta sulle onde che già vede ma intuisce quelle che stanno per formarsi ed è il primo ad alzarcisi su.

Dunque, deve colpirmi, innestandosi in una tradizione e innovandola (ossia, perpetuandola).

Nelle arti più antiche, come la poesia o la scrittura in genere, ritengo non sia ammesso non avere presente almeno gli ultimi mille anni di letterattura.

Si può iniziare a scrivere, come è capitato a me, certi della propria incommensurabile ignoranza, e continuare a studiare la tradizione. Non si può arrivare a quarant’anni senza sapere il passato.

Ci sono due tipi di ignoranza: quella socratica e quella presuntuosa. Io voglio avere un’ignoranza socratica, ossia sapere di non sapere, per quanto io mi sforzi di sapere, come l’Achille che un Zenone che non poteva conoscere il principio dell’accelerazione, ma che conosceva soltanto quello della velocità, ha condannato nelle nostre menti a inseguire in eterno quella povera tartaruga.

Invece vedo il mondo percorso da ragazzini che si vantano della propria presunzione, si vantano di scrivere poesie come capita, ma senza sapere una virgola di metri e tradizioni. La vostra, amici miei, è soltanto una generazione di Maria de Filippi.

Atonement

Atonement

Dopo aver visto Orgoglio e Pregiudizio, ho pensato che il medesimo regista e la medesima attrice, a un film successivo, avrebbero ricreato la stessa poesia, gli stessi sguardi, la stessa freschezza.

Invece il film è pesante. Io ho una malattia: quando leggo un libro, anche se non mi piace, e quando vedo un film, anche per caso, anche se non mi piace… devo sentire o leggere tutto quello che dicono!, sono convinto che sia fondamentale aver visto per intero un film che non vedrò mai più, e starci attento, a quello che dicono e fanno… Ebbene, con Espiazione non è stato così: ho dovuto mandare avanti col telecomando.

E’ un film lentissimo, che comincia bene, in un bell’ambiente, bellissima la fotografia, bellissima lei, persino sexy qui, persino sessuale nelle scene che di seguito dirò… dopodiché puff!, tutto finisce e invade lo schermo una noia mortale.

La storia è questa: Keira e sua sorella piccola vivono in una bellissima villa. Robbie è il figlio della domestica e nasce tra lui e Keira un qualche tipo di amore profondo e sensuale, combattuto, un amore fatto di rabbia, di odio e, infine, di amore.

Questo film è pieno di scene grandiose che resteranno nella mia memoria per sempre: le descrivo in funzione del riassunto.

Sull’orlo di una grande fontana Keira e Robbie si guardano, nella fontana cade un oggetto prezioso, Keira si spoglia fino a rimanere in intimo (dell’epoca) e si tuffa. Attimi sott’acqua. Robbie fuori è immobile, ancora shockato dell’ardire della donna, un ardire non esplicito, ma rabbioso. Lei esce, tutta inzuppata, estremamente sexy, lui è senza parole.

La scena è vista dalla giovane sorella di lei, da una finestra. L’attrice che la interpreta credo sia Saoirse Ronan: una regazzina tutta malizia e occhioni blu. Ma lì è ancora molto piccola. Questa bambina ama scrivere le cose e, come ogni adolescente, e come ogni scrittrice, colora il mondo delle sue interpretazioni. Non importa che non corrispondano alla realtà. Come diceva Nietsche: “Non esistono fatti, ma solo interpretazioni.”

Successivamente altra scena miliare: Robbie, a casa sua, in canotta, sexyssimo, bretelle dappertutto, alla macchina da scrivere, nel caldo, scrive una lettera di scuse a Keira. E’ molto ampollosa, non riesce a trovare il giusto spirito. Eppure la scrive. Inserisce un altro foglio, e ridendo scrive esattamente ciò che pensa: “Vorrei leccare la tua dolce figa bagnata.” Sentir dire questo, di punto in bianco, in un film, questo pensiero che esprime il pensiero della maggior parte degli spettatori, ma non dice “voglio infilarti il cazzo in culo”, ma è estremamente più sessuale. “cazz-in-culo” è ormai una frase che non dà immagini, tanto è ripetuta, “chiavare”, idem. Ma l’immagine netta e sincera che dà lui con una frase sessuale ma, se mi permettete, dolce, e il fatto che lo spettatore sia automaticamente costretto, dopo la scena della fontana, a immaginare “la dolce figa bagnata” (lui scrive “cunt”) della Knightley, e contemporaneamente il fatto che lui sia lì, in quella stanza soleggiata, alla macchina da scrivere, vestito come ci si veste per casa… crea una scena di un sensualità disperata, di un desiderio allucinante. Chi non ha vissuto una scena così. Joe Wright l’ha messa in uno schermo. Complimenti.

Ovviamente sbaglia bigliettino e fa in modo che la piccola Saoirse lo consegni a lei. La piccola Saoirse lo legge e comincia l’equivoco. Lo recapita alla sorella.

Robbie arriva a casa rosso di vergogna. Ma vede Keira in biblioteca e non c’è niente da dire, lei indossa un abitino verde che è perfetto su di lei, lui uno smoking con papillon che è perfettamente adatto ad una serata in famiglia, lui le si fa incontro, non c’è niente da dire: è passione.

Le si fa addosso, l’avvinghia, ma ecco la piccola Saoirse che vede la scena, a bocca aperta: e con la piccola Saoirse la vediamo anche noi: Sembra che un uomo di spalle, vestito di nero, abbia bloccato contro i libri e gli scaffali della biblioteca una verde mantide religiosa dalle lunghe gambe di donna. Bellissimo e shockante.

Ma da adesso in poi val la pena soltanto un riassuntino: due chiattoni bambini si perdono intorno alla villa, li vanno tutti a cercare. Una bambina viene violentata da un tizio e Saoirse li vede da lontano al buio e decide di autoconvincersi che quel violentatore era Robbie.

Non è assolutamente vero ma comincia per Robbie una vita diversa. Va in galera, ma noi non lo vediamo, lo vediamo direttamente al fronte. Ecco la seconda parte del film.

Joe Wright cerca di comunicarci una guerra del 1940 fatta di tizi che camminano a tre a tre in mezzo alle brughiere. Poco credibile. Noioso, cmq. Keira fa l’infermiera, cercano di ritrovarsi ma le occasioni son poche, il tempo è ancora meno.

La piccola Saoirse, che in effetti si chiamava Tallis, è cresicuta. Ora, forse per autopunirsi, forse perché davvero desidera essere d’aiuto, ora fa l’infermiera e aiuta la gente che soffre al fronte.

Incontra la sorella Keira che sta con Robbie e più o meno sono felici e contenti.

Fine seconda parte. Inizia la terza.

Non era vero: Keira era morta e pure Robbie, senza vivere mai quell’amore che desideravano tanto.

Vediamo un’altra scena da manuale, quali Warholesca. L’immagine di una vecchia in tanti schermi affiancati.

E’ Tallis da vecchia. Durante un’intervista si blocca e chiede un minuto di pausa prendendo la testa fra le mani come una vecchia non farebbe. Come potrebbe fare soltanto una vecchia dilaniata da un dolore, da una colpa commessa.

Troppo bella questa scena, dove l’immagine della vecchia attrice Vanessa Redgrave si moltiplica prima dell’immagine, in più schermi, poi nel tempo e nel suono, in una ripetizione della scena in cui lei ha un cedimento.

L’intervista riprende: ecco la spiegazione del libro di Ian McEwan e del film di Wright: la vecchia è ormai una scrittrice di successo. Ha scritto questo libro sulla sua vita e sulla sua colpa (aver mandato in galera Robbie con la sua deposizione, anche se non aveva visto bene chi era il violentatore). Nel libro ha fatto in modo che si reincontrassero, che le dichiarassero il suo odio.

Lei avevo bisogno che loro fossero felici insieme e che lei invece soffrisse.

Dichiara che ha cercato di riunirli nella finzione, se non hanno potuto nella realtà.

Il film finisce con immagini mai verificatesi di Keira e Robbie che scherzano sulla spiaggia.

Non si capisce il punto di vista di Wright.

E’ d’accordo nella modifica della realtà? Gli fa piacere che una finzione possa modificare il ricordo dei fatti?

Nelle culture africane, non scritte ma orali, ogni volta che cambia un capo tribù viene reinventata tutta la storia precedente. E si fa in modo che quel capo tribù nuovo, che magari una settimana prima era uno stronzo sconfitto, e che è diventato capo perché magari ha avvelenato il capo precedente che l’aveva sconfitto alla prova della forza… si fa in modo che il nuovo capo tribù abbia una onorevolissima storia. Così si modifica la realtà: nascono bambini che non sanno nulla del passato e imparano soltanto la storiella nuova, sono così più rispettosi e inclini all’obbedienza.

Oggi siamo nel 21° secolo. Trovo che abbiamo capito che la realtà esiste e, sebbene abbia mille interpretazioni, non bisogna stravolgere i fatti realmente accaduti. Questa è menzogna.

E’ una menzogna comoda quella della vecchia Tallis: far finta che Keira e Robbie si siano incontrati e le abbiano sputato in faccia il suo odio. Lei così potrà vivere. Ma non ci crede nemmeno lei: lei ha infranto per sempre la vita di due giovani.

Dunque non concordo con l’immagine che più o meno Wright, chiudendo il film con loro due sulla spiaggia, dà.

In conclusione il film è pieno di scene memorabili, ma non potete prenderlo in affitto per passare una bella serata. Abbiate il telecomando col forward accanto.

Orgoglio e pregiudizio

Orgoglio e pregiudizio

Una Keira Knightley – che, paradossalmente, proprio in questo ruolo caratterizzato per la presunzione della protagonista, mostra la sua freschezza più pura, liberandosi da quel pesante fardello di “io-sono-un’attrice-in-carriera.” – costituisce il motivo principale per guardare questo film.

Il regista Joe Wright rende il libro con molto attenzione, con brio, con splendide inquadrature che riescono a incontrare con disinvolura un’infinità di scene che avvengono in giro per una casa. L’inquadratura di un momento di intimità si fonde, con unità di ripresa, senza stacchi, alla scena di un ballo tra altre due persone… fa rivivere quei momenti che da bambini si vivevano, quando balzava il cuore in gola nel notare il bel viso della donna che ami che ti ricambia lo sguardo di mezzo alla folla di una festa.

Keira è davvero speciale in questa interpretazione e lui, Matthew MacFyden, risulta molto adatto alla parte. Magari un po’ troppo fermo sulle sue all’inzio, ma poi si scioglie. Cioè, deve interpretare uno riservatissimo nobile, e dopo il primo quarto d’ora gli riesce alla perfezione. Però i primi dieci minuti riesce vagamente stucchevole.

La storia è presto detta: la signora Bennet è una vecchia del cavolo che ha dato a suo marito cinque figlie. E’ una borghese. Tutte le figlie, ad esclusione di Elisabeth (Keira), cercano disperatamente marito, spinte dalla mamma. Elisabeth non lo cerca. E’ altezzosa e pensa che gli uomini siano tutti stupidi. Del resto è incastrata in una società che vuole che le donne studino le arti (musica, disegno, cucito) e gli uomini le scelgano a colpo d’occhio.

Vivino in ville grandiose, bellissime, magari quella dei Bennet è un po’ povera e sporca, coi maialini e le oche che vanno in giro per casa, ma cmq una gran villa.

A un ballo si scontrano le due pietre focaie del carattere di Elisabeth-Keira e del signor Darcy (si pronuncia Darsi, e io pensavo sempre che sarebbe balzato qualcuno fuori tipo Krusty il clown a dire beh, può darsi!). Si fanno del male a vicenda stuzzicandosi con frasi veloci e frizzanti.

Si re-incontrano e si scontrano. Il signor Darcy è un grand’uomo, affidabile e bello, ma la signorina Elisabeth sembra un po’ troppo incline a cadere nei fraintendimenti da commedia. Alla fine il loro amore trionfa.

Dunque: devo dire che tutte le recensioni che ho trovato su internet spiegano come i loro due caratteri presuntuosi fanno loro del male e poi, quando sciolgono via la presunzione tipo calcare con l’anticalcare, diventano felici.

Io ho da dire che non sono presuntuosi. Io mi sento esattamente come loro. Incastrato in un mondo dove il 99% delle persone bada a valori (denaro senza sacrificio, avvenenza fisica, frivolezza) a valori che non sono i miei (sacrificio anche senza denaro, affidabilità e bellezza, che è diverso da avvenenza), incastrato così, come un chiodo storto in una legname nodoso, io sono estremamente silenzioso, riservato, guardo le persone da dietro quello stesso ciuffetto di capelli del signor Darcy, ma quanto mi farebbe bene notare, anche a costo di ferirmi un po’, notare una pietra che si scontra contro di me, un gioiello che si distingue dalla piattezza generale. Anche io, annoiato a morte dalla vita, riaprirei gli occhi e, senza perdere la mia riservatezza, mi getterei col fuoco che ho dentro contro quella donna, per averla, per amarla.

Quindi non concorso con “presunzione” sostituita da “amore”, come recensione. Vedo piuttosto quella frase di Mogol-Battisti: “Conosci me… / quel che darei /perché negli altri ritrovassi gli occhi miei…”

Gran Torino

Gran Torino

Gran Torino…

avevo visto quel poster gigantesco nel cinema, e la sua faccia, l’auto sullo sfondo e poi tutto nero. Mi aveva dato immediatamente un’idea di classe, di vagamente retrò, di quei film che non ci devono mettere per forza esplosioni spettacolari e colpi di scena da operetta.

Poi avevo letto le recensioni, parlavano di film di integrazione razionale, di comprensione. Queste recensioni mi avevano sviato del tutto. Avevo quasi deciso di non andare a vederlo.

Ma quella pubblicità, dove c’è lui, con quella faccia scolpita, che fa segno di sparare con il dito, ma senza pistola, mi aveva colpito un casino.

E allora andiamoci: eccoci al cinema.

Si cerca di tratteggiare il protagonista Walt Kowalski come un vecchio bisbetico burbero. Si sfiora il grottesco. Ogni volta che succede qualcosa, vedere la sua vaccia in primo piano, che digrigna, ha rischiato di non farmi prendere il film sul serio.

Il rapporto con i figli poi, quei due imbecilli, sfiora la macchietta. Al punto che uno dei due lo ritelefona, morta la moglie da poco!, solo per chiedergli se aveva ancora quell’amico che gli rimediava i biglietti per lo stadio. Eccessivo.

Grande l’idea di far iniziare il film col funerale di sua moglie, che fa capire benissimo, in mezzo secondo, la situazione: Walt è vecchio, Walt è solo, Walt è fuori dal mondo contemporaneo.

Si entra nel vivo del film.

Walt passa i suoi pomeriggi a bere birra nul suo porticato, beato lui, in un quartiere povero ormai abitato soltanto da stranieri di altre etnie, lui è razzista, non li sopporta, ma si renderà conto ben presto di avere più cose in comune con loro che con i propri figli.

Un giorno, per caso, diventa l’eroe dell’etnia Hmog. In pratica quello è un quartiere dove si va per bande, c’è la banda hmong, quella afro, e se sei donna studi e provi a laurearti, se sei uomo fai parte di una banda e vai in galera.

C’è questo ragazzino, il cui nome non ricordo, che sa di uovo sbattuto, faccia bruna e baffetti fastidiosi sul labbro, qui ragazzini un po’ sul grassoccio che sembrano sporchi e ti stanno tanto sul cazzo. Walt infatti lo chiama “Tardo”. Tardo non parla mai, Tardo si fa i cavoli suoi, Tardo non vuole fare parte di nessuna banda. Ma gli altri vogliono costringerlo, quasi lo rapiscono, e mentre ci provano vanno a finire su giardino di Walt: colpo di scena: non è un vecchio borbottone, ma è uno con le palle, che caccia il fucile e glielo punta in faccia. Loro lo minacciono e…. ma che parlo a fare!!!!

Vi descrivo sulo una scena, per il gusto di riviveverla, e poi andatevelo a vedere.

Altro che i bulli di Hollywood. Diceva Sergio Leone che Clint Eastwood aveva solo due espressioni: Clint arrabbiato col cappello e Clint arrabbiato senza cappello. Ma quegli occhi di ghiaccio gli perdonano anche questo.

Allora, lui sta in macchina, da lontano assiste a una scena. C’è un ragazzino bianco allampanato, col cappello alla rovescia, che cerca di stringere amicizia con quelli che per Walt sono dei “negri”, insieme a lui c’è una giovane homng.

Sto gruppetto di negri dai jeans bassi, la canotta sudata sui muscoli longilinei, i capelli gonfi e la faccia cattiva, immobilizza lui e inizia a fare delle avances a lei. Walt guarda dalla macchina, lontano e sopporta.

Sti negri fanno paura, sono proprio cattivi, la spintonano. Ecco che Walt mette in moto il suo pick-up bianco e si avvicina. Accosta.

I negri lo apostrofano male, lo chiamano nonnetto. Gli dicono di andarsene. Lei ha il terrore negli occhi.

Walt-Clint fa un’espressione di stanchezza, ti aspetti che parta, porta la mano alla chiave e spegne il motore. Tutto questo noi lo vediamo dal punto di vista del gruppetto. Il motore è spento, lui scende dalla macchina e loro si fanno minacciosi.

Lui dice: “avete mai fatto caso che certe volte si incontrano delle persone che sarebbe meglio non far arrabbiare?”

E ha una faccia quando lo dice, mio Dio! Quello è un duro!

Allora, non è più Walt per me, ma il pistolero di Sergio Leone, è Clint!!

Infila una mano nel giubotto come ad estrarre una pistola, ma non estrae nulla, fa finta di avere una pistola in mano con una naturalezza assurda. Fa paura. E’ un pazzo che fa paura.

Spara al primo, spara al secondo e spara al terzo. Alle teste.

Loro ormai l’hanno capito che è pazzo, e non fanno come dice lui. Allora lui fa una faccia ancora più stanca. Infila di nuovo la mano nel giubotto e ne caccia fuori una pistola, la punta alle loro teste e dice alla giovane hmong: “sali in macchina.”

I neri sono paralizzati. Lei sale.

Ma non è finita qua.

Il tizio allampanato col cappello alla rovescia da lontano si complimenta con lui. Lui gli dice qualcosa tipo: “Tu stai zitto, che cazzo volevi fare qua, vedi come ti vesti? vuoi farti fratello a questi negri? vattene a fanculo!” non dice proprio così ma questo è il senso. Non è un eroe buono. Lui porta in giro la sua integrità, il suo punto di vista.

Mette in moto e lascia lì i negri che continua a chiedersi: “perché ci siamo zittiti?”

Perché??, dico io: perché quello era Clint Eastwood.

The wrestler

"The wrestler"

Ieri pomeriggio avevo deciso di andare a pescare nel garage i miei vecchi pesi. Io sono uno di quelli vecchia maniera in tutto, anche in palestra. Odio le macchine, mi piace la semplicità senza compromessi di un bilanciere e dei dischi di piombo tutti in fila fino a farlo incurvare nel centro mentre lo sollevi.
Tra ruggine, polvere, ragnatele e sudore ho portato i miei vecchi cimeli a casa. Poi una doccia e via di corsa al cinema con la mia fidanzata.

I muscoli, quando non li alleni con i movimenti precostituiti di una macchina, con i suoi binari, quando li alleni con un peso libero, che devi controllare centimetro dopo centimetro, non lo devi soltanto sollevare, devi anche controllarne l’equilibrio e tutto il resto… i muscoli, dicevo hanno un modo tutto loro di farti male quando fai così. E’ una questione di nervi.

Quale migliore stato psicofisico per vedere The Wrestler. Il film comincia con lui di spalle. Tutto di spalle, di spalle fa le cose. Che spalle larghe che ha messo su Mickey Rourke. Il mondo ovviamente è quello del wrestling e lui è un lottatore verso la fine della carriera. Muscoli da vendere, ma non come quelli dei wrestlers che vediamo su italia uno, con quei due commentatori del cazzo. Meno muscoli. Lui un po’ vecchio, con un apparecchio per l’udito, un poco acciaccato e lento nei movimenti, ma senza esagerare. E’ un uomo buono, si vede subito. Ma non ci sa fare con la vita. Infatti dirà verso la fine che soltanto lì sopra, soltanto sul ring, lui sa di non potersi fare male. E’ la vita che lo ferisce.

Lo ferisce il rapporto con sua figlia. L’aveva dimenticata chissà come. Poi un infarto dopo un incontro e si rende conto che tempo non ne ha poi così tanto, e gli torna in mente. Sua figlia. La va a trovare ma lei lo odia. Lo desidera, come padre, ma lo odia, e gli sputa in faccia il suo rancore. Ma lui sa riconquistarla, glielo dice: non voglio niente da te, so che ho sbagliato e sono stato punito, ma andavo punito ancora di più, e non ci posso fare niente, non sono stato un padre, non ci sono stato, soltanto, vorrei che tu non mi odiassi. E sprizza fuori una lacrima dal volto tumefatto di un lottatore alla fine della sua vita. Passeggiando lei lo prende a braccetto, e io piango. Eccessivo però che poi facciano una specie di ballo lento in una sala da ballo vuota.

Lo ferisce il rapporto con una ballerina di lapdance, di quelle che con 60 dollari vengono a ballare gratis per te nel privé, guardare ma non toccare. Lei non vuole avere rapporti con i clienti. Ma lui, un po’ per compassione, un po’ per la sua forza, si lascia baciare. Come viene dato lo squallore e l’orrore che sul ring si esplica a colpi di sangue, come viene dato nel locale di spogliarelliste? Come fa a darlo il regista, Darren Aronofsky? E’ un ambiente, a differenza di quello del ring, trito e ritrito, e dunque come dare idea di quello squallore di soldi nelle mutande senza cadere nel banale? Non so, è mia opinione che il regista l’abbia fatto scegliendo la spogliarellista: Marisa Tomei. Non avrei mai e poi mai pensato che la Tomei avrebbe mai cacciato troppa coscia, figuriamoci un mezzo capezzolo, figuriamoci fare una spogliarellista in un film crudo, sempre col seno da fuori, piccolo e sodo, con due piercings, sempre così, da fuori. Quasi irritante. Scene molto realistiche di strip da parte sua. Lei non vuole rendersi conto che loro in qualche modo sono uguali. Tutti e due un po’ troppo vecchi per il lavoro che fanno. Mentre il wrestler adora il ring e però il suo corpo vecchio rifiuta questo mondo, lei odia il locale di strip e nel suo caso è quest’ultimo a rifiutare il suo corpo. Entrambi fanno un lavoro da puttana per un pubblico compiacente. Entrambi si strofinano al suolo soffrendo, chi dentro, chi fuori.

Dopo l’infarto, decide di rinunciare su consiglio del medico al mondo del wrestling, grande idea!, penso io! Riallacciata la figlia, baciata la donna che gli piace. Pare tutto a gonfie vele. Ecco, però. Dopo il bacio le scappa via, si rimette sulle sue. Lui è triste, deluso. Beve. Gli fa male il petto. Si chiava una ragazza paffutella. Si addormenta, scorda l’appuntamento con sua figlia. La figlia lo caccia fuori dalla sua vita, in lacrime lei e lui. Tutto riprecipita. Va al locale di strip, lei non gli vuole parlare. Scena bellissima, dopo che lei gli ha detto che non vuole “stringere” con i clienti, lui caccia un centone e grida “allora balla!”. Lei piange, capisce. Lui va via.
Il lavoro è sempre più umiliante. Un cliente della macelleria lo riconosce, lì lui perde le staffe, sente il richiamo del pubblico.
Telefona: farò l’incontro. Io penso al suo cuore.

Lei corre, lo raggiunge, gli fa capire che lo ama. Lui però va sul ring e parla al microfono. Ecco, mi sembra che abbia voluto dire, la vita è una merda, nessuno dà niente per niente e a me in particolare non danno proprio niente di niente. C’è solo una cosa, ed è la cosa che so fare, e la cosa che so fare è questa, è c’è il pubblico, voi fuori dal ring, che la apprezzate.
Improvvisamente io ho smesso di vedere il pubblico come una folla di assatanati in cerca di sangue, come una folla di assatanati in cerca di tette al vento, e l’ho visto scisso in due distinti settori: quello delle tette al vento e quello della sua arte.

Lei rifiutava il suo ruolo di spogliarellista, lo faceva per ripiego e voleva essere pulita, vivere nel mondo. Lui invece rifiutava il suo ruolo nel mondo, faceva il wrestler per passione e voleva vivere sul ring, fare quello che sapeva fare. Il plauso del pubblico era il premio per i suoi sforzi.

Alla fine c’è l’incontro. Si capisce subito che col cuore non ce la fa. L’incontro si protrae oltre il dovuto. Lui è di nuovo solo contro il mondo, c’è di nuovo il ring contrapposto al mondo, e lui ama il ring. Scena finale, quando deve dare il colpo finale, con uno strano fischio che fa capire che il cuore non ce la fa, che al minimo sforzo morirà, sale sule corde e, tremando di fatica, dolore, in un battere di cuore, salta.
C’era il dubbio: morirà con questo salto e questo tremendo atterraggio finale. Lui non lo sa, gli batte il cuore, forse morirà. Ebbene l’inquadratura non si sposta: resta su quel trespolo, là dove lui era appollaiato. Non lo segue nel salto. Buio, parte la musica.

Il pubblico in sala ha grugnito: vaffanculo! Imbecilli!, dico io. Quella scena mi ha fatto venire in mente la fine di Le ali della libertà, tratto da Stephen King con Morgan Freeman, quando loro dopo mille peripezie si ri-incontrano su una spiaccia. Uno dei due stava facendo delle cose in una barca e l’altro lo raggiunge, lo chiama, lui si alza. Due amici che non si vedono da un’eternità: ci si aspetterebbe l’abbraccio finale liberatorio, e invece il film finisce là!, e l’abbraccio te lo devi vivere nella tua mente, e lo desideri così tanto che ci pensi per ore.

Ebbene, in The Wrestler pure è qualcosa di simile: la scena te la devi immaginare, ci devi pensare tu. E c’è anche qualcosa di più, perché non sapremo mai se c’è morto o no. Il regista è riuscito a comunicarci quell’incertezza in un capolavoro di empatia: muore, non muore? Lui ce l’ha, il dubbio, prima di saltare. E adesso ce l’abbiamo anche noi.

Altri commenti superflui:
- Finalmente un film senza musiche del cazzo!
- Finalmente un film con delle inquadrature abbastanza soggettive abbastanza credibili;
- Come cazzo face il pubblico del locale di strip a non vedere che la Tomei era la più bella lì dentro?
- Chi ha detto che c’era tutta questa violenza in The Wrestler?, un’astuta mossa commerciale mossa mesi e mesi prima l’uscita del film?, ricordo persino certi servizi al tg1 sulla violenza in certi incontri clandestini, “ad esempio vedete la fine che ha fatto mickey rourke”, odio queste cose!
- Alla fine grande recitazione, grandissima, ma non comparabile con Heath Ledger, consentitemi di essere banale per una volta. Non ho visto il film con Sean Penn, però, quindi non so giudicare se l’oscar per me è andato giusto o meno;
- Alla fine bel film, non era quello che mi aspettavo ma bel film, era tipo un documentario, alla fine, no?