Chi non conosce A Christmas Carol di Charles Dickens? Credo davvero che siano in pochi coloro che alzeranno la mano, sostenendo di non aver mai letto, visto o sentito parlare di uno dei più bei e commoventi classici della letteratura Dickensiana, maestro del romanzo sociale. Ebbene si, A Christmas Carol è uno di quei classici che ti scombussola e ti emoziona. Il coinvolgimento patico è assicurato. Il sottoscritto è cresciuto con la versione cinematografica animata disneyana, quella in cui Ebenezer Scrooge era impersonato da Paperone, mentre il suo scrivano tuttofare era Topolino. Devo dire che il confronto è doveroso. I miei ricordi mi hanno fatto scattare quel coinvolgimento emozionale, che ho citato sopra, quasi voglia indicare una chiave universale di cui il cinema – con il proprio linguaggio in fotogrammi – si è appropriato. Quel connubio di emozioni, sentimenti che vengono espressi quasi ad indicare la strada per ritrovarli, è questo, secondo me, il senso dell’intero film o in qualunque forma possa essere trasposta l’opera di Dickens. Scrooge dovrà fare i conti con la propria coscienza per ritrovare la sua essenza naturale perduta, per riscoprire il vero senso della vita e quei veri sentimenti che pensava ormai di avere perduto.
Cosa vogliono rappresentare il fantasma di Marley, e i tre spiriti che impersonano il Passato, il Presente e il Futuro, se non lo scorrere di una vita che può assumere diversi significati a seconda di come il singolo imposta le proprie scelte. Fino alla fine, non è mai detta l’ultima parola. Anche una singola azione può determinare un cambiamento che può cancellare il peso di azioni passate – le quali sedimentandosi nella costruzione del carattere della persona – portano a generare limiti, prospettive unidirezionali e a condizionare l’opinione sociale e pubblica di noi stessi da parte dei nostri simili. Quindi, lo ribadisco, per me il vero senso di A Christmas Carol è perfettamente espresso da un vecchio proverbio nostrano : “non è mai detta l’ultima parola”. Anche un vero taccagno come Scrooge può, alla fine, redimersi.
Certo come è ben evidenziato nel film, il cambiamento richiede una preparazione preliminare, generato da uno shock, dall’insorgere di una paura, da un timore o un evento nefasto che preannuncia un qualcosa di invitabile. Scrooge, per aprirsi al nuovo corso, deve subire tutto questo. E’ un percorso che deve essere fatto per gradi, per induzione e libero convincimento. Ed ecco, dunque, la successione dei quattro spettri.
Inizialmente il primo a manifestarsi, preannunciato dallo scampanellio, è il fantasma di Marley che, come abbiamo detto, fa da araldo agli spettri che simboleggiano il Tempo e il flusso della vita. Egli si presenta al suo amico e socio in affari Scrooge imbrigliato nelle catene e trascinante pesi. Esse simboleggiano l’insieme delle scelte che ognuno di noi ha fatto nella propria vita. Ogni anello è un’azione che segue ad una precedente e che preannuncia quella successiva, determinandola e condizionandone il corso. Marley, appunto, si lamenterà proprio di questo durante il dialogo che intrattiene con Ebenezer: “Queste sono le mie catene e sai bene cosa rappresentano. Non voglio proprio immaginare le tue.” Le catene rappresentano anche la gabbia che noi stessi costruiamo attorno a noi, aderendo ad una serie di principi e valori che, anche questi positivi o negativi, possono determinare un senso diverso alla propria vita. Le catene e i pesi sono le costrizioni degli imperativi sociali a cui ciascuno, a suo modo, ha aderito. Marley si lamenta del tempo perduto e delle altre scelte che avrebbe potuto fare se non fosse stato così cieco durante la propri vita. Cieco e materialista. Una vita spesa ad accumulare denaro, ricchezze a perseguire l’imperativo degli affari, abbandonando tutto e tutti. Come si suol dire : “il denaro non fa la felicità” e sebbene si viva nell’opulenza, questa, è solo illusoria e non ha nessun valore nell’Aldilà. Ricordate la citazione della “a’ livella” di Totò? Bene, allora ne comprenderete il senso.
Il secondo Spettro a manifestarsi è quello del Passato, lo spettro dei Natali Passati. Egli aprirà la strada a Scrooge. E’ proprio vero che per poter modificare il corso degli eventi, è importante riscoprire le cose del passato. Un passato che spesse volte ci dimentichiamo o che celiamo dietro una corazza che ci e si indurisce ogni giorno che passa. Scrooge, ritrova la sua infanzia, epoca spensierata che il tempo addolcisce nell’atto di rimembranza. Le ombre, sono i ricordi. Qui Scrooge ritrova sé stesso. Il suo apprendistato, la festa da ballo, il suo primo amore sono tutti episodi felici che il tempo e la crescita tendono ad annullare. Qui ritroviamo tutto Dickens. La bontà e la spensieratezza del giovane Scrooge sono sentimenti che si ritrovano negli altri personaggi giovanili delle opere Dickensiane – Oliver Twist e Copperfield ad esempio – ma che, crescendo, tendono ad annullarsi, spingendo il personaggio ad omologarsi alla morale sociale di fine ottocento vittoriana. Il dialogo con la sua fidanzata che verte sulla loro promessa di amore infantile, si infrange dietro alla scelta di Ebenezer, ormai adulto e uomo di affari, di sostituire e proiettare il suo amore sul dio denaro. Un’ amore che è prezioso solo nella illusione ma che in realtà inganna.
Giunge, dunque, la volta dello Spettro del Presente. Nel film egli si presenta nelle sembianze di un Cristo. A quanto pare, egli rappresenta la Morale Cristiana, il senso dell’Altruismo, della Misericordia e della Carità. Commovente la scena ambientata nella casa del dipendente di Scrooge insieme alla sua famiglia. Il bambino, Tiny Timmy, è malnutrito e storpio e ha necessità di cure. Cure che non potrà avere, vivendo ai limiti della povertà. Lo Spettro gli offre davanti un quadro della situazione attuale. Le sue scelte stanno facendo a pugni con la propria coscienza. Timmy, e i due bambini che simboleggiano l’Ignoranza e la Miseria, stanno ad indicare quali sarebbero state le conseguenze se Scrooge non si fosse ravveduto. La sua frase: “meno carceri e meno ospizi” che viene ribadita dallo Spettro, assumendo le sue sembianze, esprime la questione sociale inglese di fine ottocento. Scrooge è un borghese capitalista opulento che paga le tasse affinché lo Stato funzioni. Egli lo fa come un comune cittadino, ma ciò non include atti di generosità e di beneficenza nei confronti delle classi più disagiate. Solo la cruda realtà farà sorgere un po’ di compassione nell’animo fino ad allora arido del vecchio taccagno.
Infine è la volta dell’ultimo Spettro: la Morte. Scrooge viene catapultato nel periodo immediatamente successivo alla sua morte. Come si suole dire ancora con un proverbio: ”chi semina, raccoglie”. Il futuro prossimo si staglia di fronte Ebenezer in un modo orribile e angosciante. Il vecchio ha condotto una vita in solitudine, allontanando tutti coloro che provavano ad avvicinarsi e dimostrargli affetto. Inorridisce nel sentire i commenti astiosi e malevoli nei suoi confronti. Un uomo che aveva fatto del male, non poteva che raccogliere frutti amari. “Chi è causa del suo mal, pianga sé stesso.”. La morte di Timmy e tutte le maldicenze dei suoi domestici, debitori e uomini di affari lo spingono verso la redenzione. Non è mai detta l’ultima parola. Fino all’ultimo è sempre possibile avere delle chance per generare un nuovo corso della vita. E’ questa la domanda che il vecchio porge allo Spettro della Morte. Solo alla morte non vi è rimedio. La morte è il time-off. Oltre di essa non si può mutare più nulla. Quindi a tutto vi è rimedio. Basta comprenderlo e agire nei tempi giusti.
A Christmas Carol è un’opera che vale la pena vedere, leggere o ascoltare raccontata. Non rimpiango di averlo visto, anzi. E’ adatto per tutti coloro che magari cercano delle risposte o, come il vecchio Scrooge, cercano stimoli per intraprendere nuove scelte; ma soprattutto per chi è maturato e si è avvicinato alla visione del film con un pizzico di nostalgia, sperando di ritrovare ( come ho giustamente detto sopra ) quelle stesse emozioni vissute con le altre versioni mediatiche di A Christmas Carol. Insomma, un bravo a Robert Zemeckis e anche a Jim Carrey – che in queste parti è azzeccatissimo – per averci donato ( mi sembra il termine giusto! ) un prodotto degno di essere guardato, reso ancora più gradevole dalla visione in 3D.






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