Posted by Giuseppe on nov 25, 2009 in
Cultoon
Il 20 novembre alle 7,10 ha debuttato su Rai 2 la bellissima nuova serie animata Uffa! Che Pazienza ispirata alle tavole di Andrea Pazienza. La serie di Rai Fiction, in coproduzione con la piemontese Enanimation e Motus e la tedesca Motion works, andrà in onda dal lunedì al venerdì all’interno di “Cartoon Flakes” il contenitore di cartoni animati di Rai Due, con due episodi al giorno. Il cartone animato è stato tratto dal libro “Favole” dell’artista scomparso 20 anni fa ed è l’unico libro che Andrea Pazienza abbia scritto per i bambini.
Un gruppo di animali con lunghi nasi e zebre a pois che mettono in scena vizi e virtù degli uomini pur mantenendo un riferimento con la loro natura prettamente animale. Il leone Pancrazio Sonsazio, che era già il divertente personaggio di un racconto di Paz, vive in una fantastica foresta di acacia insieme agli altri animali, il pappagallo reporter Ilario Notiziario, l’elefante Leggerio Pocoserio, l’orso Gigione Sonpoltrone, Raffa la giraffa e Luisella la tapira. Insieme devono cercare di convivere rispettando ognuno le proprie esigenze e dividendo lo spazio in maniera armoniosa. Per far ciò il leone Pancrazio diventerà addirittura vegetariano! Molto poeticamente spariscono i buoni e i cattivi e ognuno ha la sua caratteristica e la sua attitudine.
E in questo messaggio di civile convivenza fatta di mediazione, di accettazione del diverso e il dialogo, troviamo quanto mai attuale l’opera dell’artista Pazienza. Il cartone animato in 52 episodi di cinque minuti è stato realizzato con la tecnica tradizionale 2D mista a Flash e la serie è presentata da Vincenzo Mollica, grande amico di Paz, all’interno della canzone della colonna sonora “Uffa! Che Paz!” del compositore piemontese Enrico Sabena.
La canzone ha ricevuto anche la nomination ai Pulcinella Awards al Cartoons On the Bay 2008 come migliore colonna sonora e il cartone ha vinto il Premio Giuria Abbonati Rai come Miglior serie TV per i bambini. Ricca, fantasiosa, colorata e vivace con i suoi divertenti dialoghi e la sua musica allegra trasmette in maniera felice e diretta un grande messaggio di amicizia e tolleranza a tutti i bambini che la vedranno.
Tag:"UFFA!CHE PAZIENZA", Andrea Pazienza, ENANIMATION E MOTUS, MOTION WORKS, RAI FICTION
Posted by Giuseppe on lug 17, 2009 in
Anni 80,
comic-soon
Il caro Mauro Baldrati, antico collaboratore/redattore di Frigidaire, autore – tra le molte cose – di tante splendide fotografie di Andrea Pazienza e di tutti noi della redazione, mi chiede di inviargli un piccolo ritrattino scritto di Paz. Ora parlare di Andrea non mi dispiace affatto, ma so che qualsiasi ritrattino, memoria o aneddoto non può che essere un parzialissimo contributo per avvicinarsi a uno degli autori più geniali e innovativi del finale del secolo ventesimo.
Vi era infatti in Andrea una fusione piena, sentita, non estemporanea né estrinseca, tra molti livelli di sensibilità artistica, una sorta di naturale leonardismo, di spontaneo universalismo rinascimentale.
In lui le più diverse discipline, nelle loro più lontane manifestazioni popolari o d’alto profilo, si univano e si intrecciavano: letteratura e disegno, pittura e scultura, cinema e fotografia.
Il suo era un viaggio estetico ininterrotto e felice, che andava tranquillamente da Walt Disney a Gustavino, da Sven Hassel a Franz Kafka, da Adriano Celentano a Mozart.
Questa interdisciplinarietà intima, questo suo nomadismo creativo, supportato da un talento naturale fantastico, non era tuttavia fine a stesso, un semplice (si fa per dire) manifestarsi solipsistico e compiaciuto della sua bravura personale.
No, il Narciso che abita in ogni Vero Artista, a guardarlo da vicino, è la necessaria autoaffermazione (dolorosa anche quando appare arrogante) di energie, desideri, paure e pensieri di intere generazioni.
In Andrea, “nato” artisticamente nel fuoco del movimento del ’77, cresciuto in maturità e sicurezza nelle redazioni “anomale” di Cannibale, Il Male e Frigidaire, questa relazione tra l’artista individuale e l’esponente necessario, il frutto succoso, la voce narrante di un pezzo di generazione sociale e culturale è strettissima. Nessuna sua opera può essere capita fuori da questa sfida, da questa prova del fuoco, dal confronto tra il sé dell’autore e il mondo che rappresenta, denuncia, e anzi, direi, cambia con il suo racconto.
Andrea fu un Kerouac, che non puoi considerare un semplice scrittore, togliendogli la co/invenzione della beat generation, un Dostoevskij, che non puoi capire se cancelli Gogol o i demoni di quel periodo di “anime morte”. Ecco perché la riduzione della storia di un autore come Andrea (o, potrei dire, come Scozzari o Tamburini o me o altri di noi) a una “brillante carriera” è il peggior servizio che tante pseudocelebrazioni postume rendono talvolta ingenuamente, talaltra in malafede – alla sua memoria.
E’ significativa per esempio la rimozione, pressoché totale nelle celebrazioni postume, come di un accidente di percorso da passare sotto silenzio, del suo rapporto con l’eroina, la sua sorella maledetta.
Un rapporto che invece fa parte intimamente di quel vivere pericolosamente, al confine con la morte, che esaltò e avvelenò tutta la sua generazione, in quel drammatico finale degli anni ’70, divisa tra il piombo e la droga, l’avventura disperata e la scalata al cielo.
In realtà ogni sottovalutazione dell’eroina, così come lo spirito rivoluzionario di Andrea e dei suoi/nostri compagni di viaggio e di sfide, è un modo per tradirne la “poetica”.
Si può forse ridurre Van Gogh a un damerino di galleria? No. E allo stesso modo è assurdo voler separare le qualità formali ed estetiche di Paz da quel suo vivere con la rivoluzione, con il movimento, in quella rivoluzione, vivere con la droga.
La sfida alla morte di Paz che oggi appare chiaramente come quello che fu, cioè una storia di suicidio involontario, era assurda almeno quanto la sfida alla morte che alcuni di noi praticavano nelle armi o in altre impossibili missioni.
Dobbiamo leggerla come un segno di un’epoca in cui, forse a torto, ma con molte ragioni, tanti pensarono che i tempi della storia stringevano, che eravamo alla vigilia di scelte epocale che avrebbero cambiato, in meglio o verso il nulla, i destini del pianeta e della civilizzazione.
Solo questa dimensione, questo respiro rende giustizia alla grandezza del suo segno.
Non la ribellione, non l’eroina in sé certo, ma quel suo partecipare a una scommessa totale e sincera: liberi o definitivamente morti. La stessa sfida, anche se tutta collocata nell’oscuro intimo dell’io, che, dopo l’avvento di Karol Wojtyla al papato, portammo (con le false Trybuna Ludu, Pravda e Stella Rossa) a est nell’impossibile tentativo (poi incredibilmente riuscito) di rovesciare l’inattaccabile “comunismo realizzato” sovietico. Ed è su questo che dovremmo continuare a meditare, se non vogliamo ridurre l’arte a una “brillante carriera”. L’arte è un messaggio, un destino, una testimonianza, un sacrificio sicuramente assurdo, ma anche bellissimo.
Tag:Andrea Pazienza, Frigidaire, Paz, Vincenzo Sparagna