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Archive for the ‘Recensioni’ Category

Recensioni

14 ottobre 2009

Per Davvero: da romanzo a graphic novel

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È stata sicuramente una fatica improba tradurre dall’argot ultracontemporaneo questo fumetto, tutto basato nell’originale su ritmi e suoni della parlata di un adolescente. Le abbreviazioni gergali, infatti, quasi inesistenti in italiano, così come le inversioni sillabiche del “verlan”, rendono talvolta un po’ ostica la lettura e ci fanno sentire sicuramente più lontana la vera, verissima voce di Kevin – quattordici anni e il mondo che gli pesa addosso – che racconta come sa e come può la sua storia.

E dalla voce di Kevin, che in origine era il protagonista di un romanzo, solo successivamente ridotto a fumetto nelle crude immagini di un bianco e nero fortemente espressivo, vediamo emergere tutto l’universo di un vecchio quartiere di quasi periferia: la famiglia, ridotta a una madre esausta per i massacranti turni di notte in ospedale, la scuola, che isola i ragazzi difficili e li rinchiude, fin dalla prima media, in apposite sezioni “sociali”, e gli amici, sempre sull’orlo della rissa razziale o, se più grandi, già invischiati nel sottobosco della piccola delinquenza.

Ma tutto questo per lui è la normalità, la vita prima che cominciassero i guai. E i guai, come in ogni tragedia che si rispetti, nascono da un amore sbagliato. Kevin perde la testa per una ragazzina delle classi normali, una con le trecce, che suona il violino, e alla festa di compleanno invita amici che si chiamano Marie-Cécile o Norbert. Per lei e per conquistarsi il rispetto di quelli che la circondano, Kevin deve vestirsi alla moda, farle dei regali, avere dei soldi e lo fa nell’unico modo che conosce, nell’unico che sia alla sua portata, entrando a far parte di un gruppo di balordi che lo usano come talpa nelle rapine. La tragedia corre così verso la sua naturale conclusione mentre Kevin, nella cella di un riformatorio, continua a non capire che il suo errore più grave è stato un amore impossibile.

Recensioni

Comicus omaggia Blatta

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Blatta

Blatta (Leopoldo BLOOM Editore, brossurato, 160 pagine in b/n, € 15,00) testi e disegni di Alberto Ponticelli
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BlattaSi potrebbe dire che Blatta è un fumetto magistrale, un esempio brillante di quell’arte sequenziale che nel nostro Paese sembra languire, trovare poco interesse, se non per quanto riguarda mostre ed edizioni speciali da edicola.
Si potrebbe dire, d’altro canto, che Blatta è un fumetto in cui succede poco o niente, disegnato bene ma in cui non viene detto niente. Probabilmente qualcuno potrebbe dirlo, e fermarsi qui, ma non è questo il caso.

La blatta è un insetto dell’ordine dei blattoidei la cui particolarità è quella di riuscire a sopravvivere alle situazioni più impervie; può infatti restare senza cibo per circa due settimane ed è l’unico essere vivente in grado di sopravvivere privo di protezioni in caso di fallout.
Il protagonista di Blatta è, come l’insetto che dà il titolo al volume, un sopravvissuto. Un clone in tuta da palombaro la cui vita oscilla come un pendolo tra lo stanzino in cui lavora e quello in cui vive (o sopravvive) nel più completo silenzio. Il sistema si occupa della sua alimentazione e dei suoi spostamenti, rendendolo nient’altro che l’ingranaggio di una struttura in cui il controllo è totale. Poi un giorno qualcosa va storto, e dal nulla una blatta, come un animale totemico, offre al palombaro la possibilità di una vita differente.

Dietro a una trama esile solo in apparenza si nasconde un’opera aperta dalla grande profondità di sguardo su ciò che è la società contemporanea, potente proprio per l’elevato piano metaforico su cui si compie l’astrazione del reale.
Attraversando una vera e propria successione di non-luoghi o di presunti luoghi, a cavallo tra un onirismo che sembra reale e un reale che sembra distopico, il protagonista vive la propria fuga accidentale come un cammino di ricerca in cui il punto di arrivo è la propria identità.

Trovare una pecca all’interno di queste 160 pagine è cosa ardua, anche dopo la prima platonica infatuazione, anche dopo ripetute letture. La forza di Blatta, oltre alla narrazione, all’egregia qualità grafica, ai multipli riferimenti, sta nella capacità di porre il lettore attento nella condizione di formulare domande. A sé e al lavoro stesso. Domande che magari non troveranno risposta ma che comunque avranno contribuito a creare quel legame forte tra lettore, opera e autore. Domande che tengono il passo con la narrazione, con le scelte compiute dal protagonista (il cui volto rimane coperto e solo una volta appare al lettore, fortemente sfocato e indefinito, non a caso ma al fine di creare un livello di immedesimazione il più alto possibile), con i personaggi che egli incontra nel corso del suo percorso, esplodendo in un finale ricco di possibili interpretazioni, che segna la fine del volume ma non la fine della storia.

Il primo assolo di Alberto Ponticelli è qualcosa che arriva alla fine di un processo di crescita e maturazione. Che arriva al punto giusto, e segna per lui un importante inizio come autore completo, subito premiato con il Premio Micheluzzi nel 2008 e, di recente, con il Premio Carlo Boscarato nel 2009. Dopo la formazione negli ambienti underground dello Shok Studio e gli incarichi per Marvel e Image; dopo aver visualizzato per Alex Crippa le favelas brasiliane e il percorso del Monco di Come un Cane (Casterman), e poco prima che la collaborazione con Joshua Dysart lo portasse alle vette del comicdom per Unknown Soldier (DC-Vertigo), serie che Ponticelli ha affermato di voler approcciare, a partire dal numero 14, con lo stile definito proprio in Blatta.
Essere l’unico autore di questo fumetto permette a Ponticelli di esprimere al massimo tutto il suo potenziale grafico, che diventa così qualcosa di travolgente proprio perché libero dal volere altrui e generato in profonda sintonia con la narrazione.
Le sequenze ambientate internamente sembrano affiorare gradualmente dalle stesse stanze flebilmente illuminate, quasi come se il caos della materia nera venisse organizzato gradualmente in un’immagine; è molto forte, quindi, il contrasto con i momenti in cui compaiono in scena fonti luminose, come lo schermo del pc, la cui luce fa quasi male agli occhi. Nelle sequenze in esterni, invece, tutto si fa più nitido, definito, luminoso, a partire da una doppia splash page in cui la luce brucia ogni forma e fa da traino a due fantastiche triple splash page enormemente suggestive.

Blatta è un’opera di cui è caldamente consigliata la lettura. Più un’esperienza, forse, che una semplice lettura, per quello che è in grado di esprimere e per quello che, come nelle migliori pellicole di David Lynch, sceglie di lasciare alla discrezione (o indiscrezione) del lettore.

[by Alfredo Goffredi] [30-09-09]

Leopoldo Bloom Editore, Recensioni

17 settembre 2009

PHPC – Ausonia – Leopoldo Bloom Editore

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P-HPC Post-Human Processing Center
Leopoldo Bloom Editore
brossurato, 128 pagine a colori 
€ 19,00
Autore: Ausonia

Dopo esser stato conquistato dalla prima opera di Ausonia, Pinocchio – Storia di un bambino edito da Pavesio, non mi sarei mai aspettato una svolta radicale nella sua arte sia da un punto di vista tecnico sia tematico. L’annuncio di P-Hpc: Post-Human Processing Center mi ha sorpreso e spiazzato, stuzzicando positivamente il mio interesse vista la mia sfrenata passione per opere visionarie e futuristiche, cariche di malinconia e buoni sentimenti.
 

 

P-Hpc effettivamente era qualcosa di nuovo, con le pretese di raccontare la già narrata realtà della trasformazione dell’uomo in macchina. L’atmosfera asimoviana si percepiva sin dalle prime robotiche anteprime, ma la copertina aveva un tocco in più di genialità che non avrebbe lasciato nessuno indifferente: steso su un foglio bianco riposa il cranio di un uomo fotografato da raggi x che ne trasmettono il contenuto anatomico in un insolito colore grigio/verde. Cosa può significare quella visione un po’ macabra e fredda di un cervello anonimo? E’ a questo punto che vien fuori il messaggio dell’autore: P-Hpc non è solo la storia di uomini trasformati in robot, è la storia dell’uomo in ogni sua sfaccettatura. Ausonia scava, scava e spoglia strato dopo strato i suoi personaggi, riducendoli al nocciolo dell’ essenza stessa, scrutandone l’anima attraverso il ripercorrere mille aspetti quotidiani fatti di dubbi incalcolabili, dolori inaspettati, successi non raggiunti e cadute senza appiglio.

Quante volte, fluttuando tra le note di Vangelis, catturato dalla maestosità del film di Blade Runner, ispirato dal romanzo di Philip Dick, il mio pensiero si è soffermato sull’immensità dell’umanità, desiderosa di donare un’anima alle proprie creature (in questo caso robot replicanti), come per esplicare il bisogno di consegnare un’eredità sempre più grande a questo mondo. In P-Hpc il processo sembra del tutto inverso, ma ne conserva il lato ricco, colto e fascinoso. La trama imbastita da Ausonia è attraversata da un pessimismo quasi assoluto di rinuncia e nello stesso tempo da un ottimismo, difficile da cogliere, dettato dalla forza trascinante dell’amore.


P-Hpc è semplicemente l’abbreviazione di Post-Human Processing Center, una ditta futuristica che accoglie giovani senza speranza per trasformarli in veri e propri robot, simili ad esili braccia meccaniche, strumenti di lavoro da inserire nell’apparato produttivo nazionale. Due sono i protagonisti della nostra storia, Sarah ed Uto, il suo ragazzo. La prima, investita da un sentimento di inutilità e di vuoto, prende la tragica decisione di offrirsi volontaria per il progetto della Post-Human Processing Center. Quindi abbandona il liceo, rinuncia ad ogni legame sociale, alla propria vita fatta di incertezze, dubbi e depressione e si lascia trasformare in un modello avanzato di robot industriale. Come reagisce Uto, abbandonato dalla sua più grande gioia ed ispirazione? Decide di seguirla e si lascia coinvolgere nel soffocante progetto di disumanizzazione, che Ausonia ci illustra in ogni dettaglio. Leggendo sembra quasi vivere quei momenti claustrofobici in prima persona. Inconsciamente si entra in stretta sintonia con gli ultimi istanti di vita di Uto, facendo propri ogni suo ricordo e sensazione, ogni suo incubo. Chi ama la vita non può affrontare serenamente la lettura di questo lento passaggio di cancellazione di tutto quello che si è e si è fatto.
 

 

Tecnicamente parlando cosa è P-Hpc? E’ un fumetto, è un foto-fumetto? E’ un esercizio di stile per dimostrare una spiccata abilità nell’uso della grafica e di programmi di foto-ritocco? Sfogliandolo è lecito rimanere impreparati alla costruzione delle tavole ed all’incastrarsi bizzarro delle vignette; solo sorretti dalla lettura si inizia ad apprezzare il duro studio che sussiste alle spalle di un’insolito meccanismo di proporre una storia a fumetti. Si conferma quella già citata genialità (chiamiamola anche originalità) applicata ad ottenere un unico racconto attraverso l’uso intermittente di fotografie, disegni, immagini elaborate e non solo. Didascalie enormi accompagnano al lato lunghi passaggi silenziosi, approfondiscono argomenti, pensieri e sogni dei protagonisti e ci istruiscono su ogni particolare tecnologico. Il passaggio da matite a foto è graduale e sensato, va di pari passo con la perdita dei ricordi da parte di Uto, ricordi che sembrano svanire con l’effettiva trasformazione in macchina.  

Ausonia ci parla del futuro e ce lo fa vivere in prima persona partorendo qualcosa che ha il retrogusto del fumetto, ma effettivamente è qualcosa di nuovo, difficile da riproporre con tale cura e logicità.

 

 

 
 

 

 

Fonte: HulkSpakk